VITTORIO CECCHI GORI. LA SOLITUDINE E LA FIORENTINA

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Lo vedo, con i capelli rosso tinto, il corpo enorme da Budda, solo a un tavolino del caffè primo Novecento di Firenze, il caffè dove io non metto mai piede, perché non è roba per me, per le mie tasche. Lo vedo, laggiù al tavolino, con gli occhi acquosi un po’ persi. Solo. Raramente ho visto qualcuno più solo. Sì, gli sono intorno delle persone, uno gli parla, e una giornalista della Rai sta per fargli delle domande. E il cameriere viene, ossequioso, a portare i pasticcini.

Ma io lo vedo che è solo.

E del resto, è sempre stato solo. Anche quando comandava mezzo mondo, mezza Italia, e aveva una squadra di calcio tutta per sé. Aveva amici strani, che erano un po’ consiglieri, un po’ faccendieri, un po’ dirigenti della squadra di calcio, un po’ consiglieri per i film, un po’ uomini politici. Non ho mai capito bene chi fossero. Non ho capito bene che cosa sapevano fare. Sembravano il cast per un film di Martin Scorsese. “Quei bravi ragazzi”, o cose del genere.

E io non sono mai stato nella loro gang. Ma so che giravano tanti soldi. Quando arrivava a Firenze e stava in quell’albergo così bello, sul viale dei Colli. Quando mi raccontava, e lui non se lo ricorda, che avrebbe cominciato ad acquistare sale cinematografiche in America, per distribuire i suoi film negli Stati Uniti, e conquistare il mercato americano. Quando mi diceva che avrebbe fatto le anteprime dei suoi film in contemporanea in America, in Italia e in tutto il mondo, perché i film sarebbero stati teletrasmessi, e tutto il mondo alla stessa ora li avrebbe visti.

Quante cose in fondo aveva in mente.

E ora eccolo lì, cento milioni di anni dopo. Vittorio Cecchi Gori. Ricomparso da qualche sacca spaziotemporale, lì di fronte a me, una decina di metri, al tavolino del caffè. Fanno una trasmissione della Rai con lui, fra mezz’ora. E dal giornale mi hanno mandato lì. Non ho fatto in tempo neanche a leggere le ultime notizie su di lui.

Chissà se riuscirò a parlarci.

Mi metto in un angolino, a un tavolo. Mi vergogno, ho paura che venga il cameriere e mi cacci, o mi chieda che cosa ordino. Ma nessuno mi dice nulla. Incontro un giornalista di calcio, mi saluta. Ha qualche frase di complicità, come se sapessimo tutti e due di quale storia stiamo parlando. Una storia che riguarda Firenze, il cinema, il calcio, i nostri vent’anni. Una storia che i ragazzini non possono sapere.

I gol di Batistuta, i passaggi di Rui Costa, le parate di Toldo, l’Oscar a “Mediterraneo” di Salvatores, quello al “Postino”, Benigni e “La vita è bella”, i 75 miliardi incassati dal “Ciclone”. Tempi in cui il cinema italiano sembrava vincente, forte, e felice. Tempi anche odiosi, per me, perché non si poteva dire neanche una parola di critica, o di perplessità, verso tutta quell’ondata di commedie fatte con nulla, e scritte con nulla, che oggi sono dimenticate. Dove bastava che qualcuno parlasse toscano, e sembrava che fosse successo assicurato.

Una storia che conosciamo, un ottovolante finito male. Edmundo, il giocatore matto, O animal, che viene lasciato partire per andarsene al carnevale di Rio, mentre la Fiorentina sta lottando per vincere il suo terzo scudetto, l’unico che avrei potuto vedere e godere. Batistuta che si infortuna, tutto scompare, e scompare quella squadra, finita nell’inferno della C2. E le televisioni, Telemontecarlo e canale 10, diventate qualcos’altro. E Vittorio che scompare dai radar, dalla vita pubblica, dal cinema.

Eccolo qui. Lì davanti.

Mi faccio coraggio, vado a parlargli, e nessuno mi ferma, nessuno sembra gestire davvero la situazione, decidere chi può parlare con lui e chi no. O forse sarà che, uscendo di casa, mi sono messo una camicia nera e una giacca nera, magari sembro uno che sa il fatto suo.

È difficile parlargli, però. Parla con un filo di voce, le parole escono a fatica, lente, come se provenissero da una profondità in cui sono imprigionate. Parla ancorandosi al passato, come se la sua vita fosse ferma al 1960, o 1970. “Come sta?”. “Lei come mi vede?”, mi risponde, dopo un’esitazione.

Mento, e me ne vergogno. “Bene, mi pare”, gli dico. “Eh”, fa lui. Come dire: e allora? Vede che sto bene? Poi però dice, di seguito: “Non posso camminare, perché – mi perdoni la parola – sono un bischero”. Che vuol dire? “Vuol dire che alla mia età non si può fare il bischero, e allora mi sono rotto un ginocchio”. E mi mostra il pantalone sollevato, e un tutore al ginocchio. Non saprò mai com’è che ha fatto “il bischero”. Mi colpisce, però, che è la stessa parola che aveva usato per lui, con rabbia e con amore, suo padre Mario quando si era alzato in piedi sulla balaustra, all stadio, e il babbo gli aveva urlato “vieni giù, bischero!”.

Suo padre. Mentre parliamo, lo nomina due volte. Dice che tornare a Firenze, per lui, è ritrovare “gli amici di suo padre”. Ma a occhio e croce, dovrebbero essere morti. E allora, che cosa vuol dire veramente? È lui, credo, che ritrova suo padre e il suo mondo, o forse che è tornato a vivere in quel mondo. Il mondo della sua infanzia e adolescenza, arrivata fino a quarant’anni, fino a quando Mario non è morto. Suo padre che gli comprava le paste in quello stesso caffè dove siamo adesso.

Poi tutto il resto è stata una storia di commerci, di affari, di calciatori ingrati, di donne vistose forse amate forse no, di sicuro perdute. Rita Rusic, o Valeria Marini, lui bassotto e lei alta e grossa, poco incline alla comprensione e alla dolcezza. Che vita è stata, Vittorio? Il lusso, l’esaltazione, l’ascesa e la caduta, l’illusione di essere un Berlusconi magari anche più capace di far quadrare quello strano teorema fra calcio, televisioni e politica. E poi la caduta, il giocattolo Fiorentina che si rompe, l’irruzione dei carabinieri nella villa, lo zafferano. E ora, ora sei una figura grande, immobile in mezzo a questo caffè. Come Paolo Villaggio negli ultimi anni, ma senza la battuta amara, il cinismo velenoso che aveva lui. Sembri un po’ una maschera da teatro giapponese.

Mi dici cose che non capisco: dici che “scrivi sceneggiature”, ma come scrivi sceneggiature? Ti ricordi quando i registi te le leggevano, e tu spesso ti assopivi mentre leggevano le loro storie? Dici che hai prodotto il film di Martin Scorsese, “Silence”, e vado a controllare e in effetti è vero, c’è anche il tuo nome fra i produttori, perché è un progetto che Scorsese doveva fare quindici anni fa. E così, è vero, hai prodotto il film di Scorsese.

Vado a vedere on line, trovo che il Cecchi Gori group esiste ancora in qualche modo, era CG home video, ora è diventato CG entertaintment. L’ha salvata un americano, e pare abbia i diritti su un centinaio di sceneggiature pronte per essere girate. E che abbia i diritti sui film che avevi prodotto, così puoi fare le edizioni celebrative, per i vent’anni, i trent’anni, eccetera.

Boh. Non lo so.

So che lì, verso la cassa del caffè, un gruppo di vecchi tifosi viola intona “Un presidente! C’è solo un presidente!”, dimenticandosi forse qualche passaggio della tua storia con la Fiorentina. Un amore, sì, ma che aveva portato anche alla scomparsa totale del nome stesso della squadra. Ma tu non ricordi quasi più: quando ti parlo di calcio, mi parli di Julinho e di Montuori, glorie degli anni ’50 e ’60, non li ho visti giocare nemmeno io. Ognuno di noi ha stampato, negli occhi e nel cuore, un periodo ben netto della storia, una manciata di anni precisi, quelli in cui era giovane e tutto gli sembrava denso di significato, di bellezza, di futuro. Il resto fa volume.

No, di quello che è successo dopo qualche nome lo conservi. Quello di Giancarlo Antognoni, “bravo tecnicamente, ma anche persona gentile: gli voglio un bene come nessuno”, mi dici. Poi torni a guardare un punto indefinito in mezzo alla stanza, a mezza strada fra i tifosi con i capelli bianchi, i turisti stranieri che si chiedono il perché di quell’agitazione in un angolo del caffè. E le famiglie un po’ ricche che si sono fermate lì, in mezzo alla frenesia di Natale, husky, pelliccette, carrozzine, borse piene di acquisti.

Ti portano su, in un salottino per arrivare al quale devi salire una decina di scalini, e fai una fatica infinita. Chissà se avremo ancora modo di rivederci. Buon Natale, Vittorio.

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