EURO SI, EURO NO: IL PERIMETRO ILLUSORIO DELLO SCONTRO

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CADUTE LIBERE E ARDITE SCALATE. Come è noto, in questi giorni si è assistito ad uno “scontro-battibecco” a distanza tra l’uomo in caduta libera Matteo Renzi (i sondaggi sono una discesa agli inferi agevolata anche dalla Boschi) ed il sedicente candidato Premier che potrebbe vincere solo se (in una astratta ipotesi in cui tutti gli italiani fossero interessati a votare) un maggiorenne su due votasse il suo partito o se si giungesse ad un governo della minoranza appoggiato esternamente (visto il rifiuto di alleanze) Luigi Di Maio. Materia del contendere l’eterno ritornello “euro sì, euro no” che va in scena televisivamente e non solo mentre l’Italia arranca da lungo tempo e l’esecutivo si vanta di una ripresa che porta sul piatto una maggiore precarizzazione del lavoro. A “L’Aria che tira” su La7, Luigi Di Maio ha affermato: “se si dovesse arrivare al referendum, che però io considero una extrema ratio, è chiaro che io voterei per l’uscita, perché significherebbe che l’Europa non ci ha ascoltato. Ma io vedo oggi una opportunità dall’Europa”. Su Twitter il segretario del PD ha risposto: “stavolta Di Maio ha fatto chiarezza, bisogna ammetterlo: lui voterebbe per l’uscita dall’Euro. Io dico invece che sarebbe una follia per l’economia italiana”.

IL TEATRINO DELLE STRATEGIE. Riguardo l’euro i 5 Stelle hanno sempre tenuto i piedi in due scarpe e l’idea di delegare la scelta finale al popolo ha sempre denunciato, a nostro avviso e non solo, una mancanza di assunzione di responsabilità su un tema certo non secondario. E’ evidente che se risulta encomiabile restituire una parte del denaro della politica alle piccole e medie imprese come risulta condivisibile l’attenzione per l’ecosostenibilità e la sbandierata volontà di onestà, per governare serve anche una linea politica a 360 gradi, fatta di idee condivise e prospettive precise. La risposta di Di Maio, nella sua nuova veste istituzionale che si è dato, in fondo sembra mirare a far salvi capra e cavoli e a legittimarsi come soggetto non troppo pericoloso negli ambienti interni ed esterni al Paese. Renzi naturalmente non naviga in buon e acque, ha dissipato in un tempo brevissimo un patrimonio di consensi e la (immaginata e sperata) pantomima della commissione parlamentare sulle banche pensata nelle intenzioni come riscatto del PD è l’ennesimo errore di valutazione che fa il paio con la personalizzazione sul referendum (chi vota “no” è contro di me); in tutto ciò Renzi cerca una visibilità accreditandosi come alternativa ad un “supposto sfasciatore di Paesi” quando in realtà Di Maio si è probabilmente ben rivelato per quel che è da molto prima del bacio al sangue di San Gennaro: nessuno deve temere alcuna pericolosa rivoluzione.

“IL GUAIO EURO”. L’euro è stato tirato per la giacchetta da tutti in vario modo a seconda della convenienza politica del momento: senza Prodi non saremmo entrati nell’euro, evviva Prodi. Per colpa di Prodi siamo entrati nell’euro, evviva Berlusconi. Solo Salvini ci può salvare dall’euro e dalle banche con l’aiuto della Meloni… Marine Le Pen si è pregiata di citare il Premio Nobel Stiglitz accomunandolo a sé nella propria crociata anti Europa. Il Premio Nobel keynesiano Stiglitz in passato era stato molto netto nei confronti dell’euro: “doveva essere un mezzo per raggiungere degli obiettivi”, ad esempio la prosperità e la solidarietà europea, ma “ha fatto l’opposto”, ha prodotto in alcuni Paesi recessioni “peggiori della Grande Depressione”. Adesso “è diventato un fine di per sé, che mina altri aspetti più fondamentali del progetto europeo perché semina divisione invece che solidarietà”. Di fronte però all’abbraccio lepeniano Stiglitz, assieme ad altri 24 Premi Nobel, ha poi prodotto un documento chiarificatore; seppur riferito ad una campagna elettorale finita è a nostro avviso ancora più attuale ora, si pensi al nuovo esecutivo, in parte xenofobo, austriaco:

 

IL DOCUMENTO DEI 25 PREMI NOBEL. Alcuni di noi, vincitori del Premio Nobel per l’economia, sono stati citati dai candidati per le elezioni presidenziali francesi, tra cui Le Pen e la sua équipe, per giustificare un’agenda politica sul tema dell’Europa.
I firmatari di questa lettera hanno posizioni diverse su questioni complesse come le politiche dell’Unione e di stimolo.
Tuttavia, le nostre opinioni convergono nel condannare questo sfruttamento del pensiero economico nel contesto della campagna elettorale francese.
• La costruzione dell’Europa è di vitale importanza non solo per mantenere la pace nel continente ma anche per il progresso economico degli stati membri e il loro potere politico nel mondo.
• Le proposte contenute nei programmi anti-europei destabilizzerebbero la Francia e metterebbero a repentaglio la cooperazione tra i paesi europei, che assicura oggi la stabilità economica e politica in Europa.
• Le politiche isolazioniste e protezionistiche e le svalutazioni competitive, effettuate a spese di altri paesi, sono modalità pericolose per cercare di generare crescita. Esse portano a misure di rappresaglia e a guerre commerciali. Alla fine, si rivelerebbero dannose per la Francia e i suoi partner commerciali.
• Quando sono ben integrati nel mercato del lavoro, gli immigrati possono essere un’opportunità economica per i paesi di accoglienza. Molti dei paesi più prosperi del mondo sono riusciti ad accogliere e integrare gli immigrati.
• C’è una grande differenza tra la scelta di non aderire all’euro dall’inizio e uscirne dopo averlo adottato.
• Occorre rinnovare gli impegni di giustizia sociale e quindi garantire e sviluppare l’equità e la protezione sociale, in accordo con i valori tradizionali della Francia: libertà, uguaglianza e fraternità. Ma si può e si deve raggiungere l’obiettivo della protezione sociale senza protezionismo economico.
• Mentre l’Europa e il mondo si trovano ad affrontare difficoltà senza precedenti, abbiamo bisogno di più solidarietà, non meno. I problemi sono troppo gravi per essere lasciata a politici divisivi.
Lettera in francese pubblicata su Le Monde il 18 aprile 2017

UN “DUELLO” ARCHETIPICO. “Euro sì, euro no” è un dibattito che, come abbiamo appena visto, coinvolge anche soggetti molto qualificati i quali non debbono rendere conto agli elettori. Può essere utile riassumere i contenuti di un “cortese duello” a distanza, per così dire, tra studiosi di economia, questo per mettere in campo due visioni, due proiezioni relative a quale sarebbe la situazione del sistema-Paese nel caso si procedesse ad una fuoriuscita dall’euro. In particolare ci riferiamo ad uno scritto, comparso su “lavoce.info” al quale hanno risposto da par loro due autori di posizioni opposte su “ilfattoquotidiano.it”.

GIOVANNI SICILIANO. Giovanni Siciliano su “lavoce.info”, in merito all’argomento che trattiamo, ha scritto un articolo che in calce porta questo sunto: “Una eventuale uscita dell’Italia dall’euro avrebbe gravi conseguenze. Gli investitori esteri abbandonerebbero il nostro paese e si avrebbe una forte riduzione del potere d’acquisto delle famiglie, con effetti su consumi e attività produttiva. Scenari peggiori con la dissoluzione della moneta unica”.
Siciliano prospetta un deflusso di capitali e una corsa agli sportelli “per evitare che titoli e depositi vengano convertiti a un tasso di cambio penalizzante rispetto a quello di mercato. Si potrebbero contrastare con limiti ai prelievi, divieto di acquistare attività estere o di rimpatriare i capitali per i non residenti. Ma si tratta di misure radicali difficilmente attuabili, in contrasto con le norme Ue sulla libera circolazione dei capitali”. Propone come unica alternativa l’introduzione di una fase transitoria con una doppia circolazione monetaria. La raccolta bancaria (depositi e obbligazioni) rimarrebbe denominata in euro e le banche aprirebbero un nuovo conto sul quale accreditare i pagamenti in valuta locale (come stipendi o pensioni). Entro il periodo transitorio depositi e obbligazioni devono essere convertiti ai tassi di mercato. Gli impieghi bancari a residenti (mutui e prestiti) vengono ridenominati in valuta domestica, per evitare che imprese e famiglie siano esposte a debiti insostenibili”. Siciliano prosegue spiegando come questa soluzione eviterebbe una corsa agli sportelli “ma trasferisce tutto il rischio di cambio sul sistema bancario (che avrebbe passività in euro e attività convertite in valuta domestica a un cambio potenzialmente penalizzante), con analoghi effetti dirompenti sulla stabilità finanziaria”. Per sopperire a questa eventualità si può prevedere “che le obbligazioni bancarie disciplinate dal diritto nazionale siano convertite in valuta locale. Vi sarebbero forti vendite per tenere il ricavato sui depositi che rimarrebbero denominati in euro e le quotazioni crollerebbero fino a incorporare la svalutazione attesa. Gli investitori esteri subirebbero perdite e i residenti vedrebbero ridotto il potere d’acquisto della loro ricchezza”. Prevede un percorso simile per i titoli di Stato “I titoli di stato dovrebbero essere ridenominati in valuta nazionale, altrimenti il debito pubblico sarebbe insostenibile. Gli effetti sarebbero simili. Forti vendite finché i prezzi non scontano pienamente la svalutazione attesa con rilevanti perdite per gli investitori esteri, che potrebbero reagire uscendo dal nostro mercato e rendere così difficile il rifinanziamento del debito in scadenza”, infine immagina il medesimo destino per le obbligazioni di imprese non finanziarie “emesse in base al diritto italiano dovrebbero essere convertite in valuta locale, con effetti analoghi. Le imprese rimarrebbero esposte al rischio di cambio sui debiti verso banche estere e obbligazioni emesse secondo il diritto internazionale, con ripercussioni rilevanti su redditività e investimenti”. In caso di fine dell’euro per tutti i Paesi dell’eurozona (ma, aggiungiamo noi, con la dipartita dell’Italia, importantissimo mercato dell’eurozona, sarebbe quasi automatico un effetto domino…) “lo scioglimento dell’euro con il ritorno di tutti i paesi alle proprie valute nazionali pone rischi ancora maggiori (lo stesso vale per il cosiddetto euro a “due velocità”). Il problema è ridefinire la valuta di regolamento dei rapporti fra residenti in differenti paesi. Quelli con valute forti e creditori netti sull’estero (Germania in primo luogo) spingeranno per usare la moneta del paese creditore, viceversa quelli con valute deboli e debitori netti sull’estero. Si potrebbero fissare tassi di conversione che pur applicando il criterio della valuta del paese debitore prevedano una sufficiente svalutazione, ma nell’incertezza vi sarebbero deflussi di capitali dai paesi con valuta debole a quelli a valuta forte (inclusi quelli extra-Ue) e rischi di corsa agli sportelli nei paesi con valuta debole per entrare in possesso di circolante da trasferire in paesi a valuta forte”. Conclude: “Si avrebbe una crisi sistemica anche peggiore di quella derivante dall’uscita di un singolo stato come l’Italia, poiché tutti i paesi periferici sarebbero simultaneamente sotto pressione”.

ALBERTO BAGNAI E PIERGIORGIO GAWRONSKI. A questa visione senza grandi speranze rispondono Alberto Bagnai e Piergiorgio Gawronski. “L’analisi di Giuseppe Siciliano di una ipotetica uscita dell’Italia dall’euro a nostro avviso dimostra il contrario di quanto affermato nel titolo (L’uscita dall’euro? Benvenuti all’inferno); cioè che l’uscita è possibile senza catastrofi. Questo perché gli squilibri che ne deriverebbero, individuati dall’autore, sono gli stessi provocati da ogni svalutazione o riallineamento del cambio in regime di cambi fissi. Vi sono, in realtà, alcune difficoltà aggiuntive, ma sono gestibili laddove ci sia la volontà politica di farlo”.
Ad avviso dei due autori la fuga di capitali esteri non è credibile. “Nello sciagurato scenario di conversione forzosa, in lire, di tutti i titoli e depositi – prospettato da Siciliano – dal punto di vista giuridico non è vero che eventuali controlli preventivi dei movimenti di capitali non sarebbero attuabili perché “in contrasto con le norme Ue”. L’art. 66 del Trattato sull’Unione europea (versione consolidata) precisa che il Consiglio può limitare i movimenti di capitale, per un periodo non superiore a sei mesi, in caso di circostanze eccezionali. Questo articolo è già stato applicato nel caso di Cipro.
Nello scenario dell’introduzione, per un periodo transitorio, di una doppia circolazione monetaria, con ridenominazione forzosa (qui l’autore non è chiaro) in lire delle sole obbligazioni pubbliche e bancarie – ma non dei depositi bancari (e, suggeriremmo noi, neppure di parte dei mutui) -, dal punto di vista economico-finanziario l’idea che dopo il change over gli investitori si ritirino è irrazionale. Se così facessero, questi investitori esteri sarebbero proprio stupidi: abbandonare l’Italia – vendere le obbligazioni e i titoli pubblici italiani – dopo aver subito le perdite e non prima! In realtà “dopo” l’uscita dall’euro (la ridenominazione in lire) i titoli italiani sarebbero più appetibili (non essendoci più rischi di nuove grandi svalutazioni) e gli investitori non avrebbero più motivo di ‘andarsene’. Invece, è ‘prima’, cioè adesso, che gli investitori se ne stanno andando”. I due economisti si spingono più in là “se ci fosse, un iniziale overshooting (eccesso di svalutazione, -> attesa di rivalutazione) del cambio potrebbe deprimere i tassi d’interesse e sostenere i prezzi (in lire) delle obbligazioni, delle azioni, e degli immobili, ed accentuare l’interesse degli investitori esteri per il nostro paese. Interesse peraltro attualmente assai scarso, se è vero che nel 2015 i flussi in entrata di investimenti esteri diretti sono stati, secondo la Banca mondiale, lo 0,4% del Pil, contro l’1,8% della Francia, l’1,9% della Spagna, ecc. Ma giova ricordare che le tante stime disponibili della potenziale svalutazione italiana non collimano con quelle, secondo noi eccessive, proposte dall’autore, e che i bilanci degli operatori economici non hanno solo debiti, ma anche crediti definiti in valuta forte”.

USCENDO DAL PERIMETRO DELLE PROIEZIONI OPPOSTE. Senza volerci misurare con chi ha dedicato la vita a questo genere di proiezioni economiche una cosa però la sappiamo a priori: in economia ha ragione sempre la storia dell’economia, a boccini fermi si scopre chi ha letto una realtà multiforme e piena di attori cangianti e attivamente influenti nel modo corretto. Da un po’ di tempo però, in questa sede cerchiamo di usare un grimaldello intellettuale, vorremmo che tutti i soggetti interessati a qualunque tematica evitassero la manipolazione principale, quella di essere indotti a scegliere l’ampiezza del perimetro di discussione voluta da altri: preferisci crema o cioccolato? Qualcuno, più liberamente opterebbe per un tertium non datur, la marmellata banalmente.

LE REGOLE DEL GIOCO E GLI ATTORI IN CAMPO. Come abbiamo già rilevato in questa sede, le regole del gioco improntate all’austerità che hanno affamato la Grecia, la quale ora ha svenduto tutti i propri aeroporti alla Germania, non sono ovviamente frutto di un errore, c’è dell’impegno. Cambiare le regole del gioco però, o addirittura cambiare gioco ed uscire dall’euro riguarda sempre e solo una parte della partita, sì perché la partita è affrontata dai giocatori in campo, ad andare a segno non sono le semplici regole, non è l’arbitro a fare goal. L’avere (come già ribadito in passato) fatto una moneta senza realizzare lo Stato (promesso) non significa semplicemente quanto abbiamo appena scritto, significa molto di più: estremizzando, l’Unione Europea in fondo non è mai esistita completamente. Quando esplode una crisi internazionale l’alto commissario per gli affari esteri Federica Mogherini parla ai giornalisti mentre la Merkel e Macron parlano a Putin. La guerra commerciale della Germania, Paese in difficoltà prima dell’euro, è una guerra senza carri armati ma ha portato a molti suicidi. La questione di fondo è ineludibile e trascende o meglio sovrasta la semplice divisione tra economisti in merito a proiezioni simulate riguardo scelte future…

La storia, l’economia e forse molte altre discipline, senza necessariamente chiamare all’appello filosofia e misticismo, ci insegnano come l’egoismo materializza sempre un enorme boomerang pronto a colpire chi ha ben pensato di riempirsi la pancia a danno altrui. I popoli attualmente vantano rappresentanti che dietro le cravatte mostrano mire più o meno predatorie a seconda del peso che la propria nazione si è cucito nel panorama internazionale. Quando Tsipras ha bussato alla porta degli Stati del sud (anche alla nostra porta), la sua richiesta d’aiuto è rimasta inevasa. L’Europa del Fiscal Compact e del Meccanismo Europeo di Stabilità (per il quale rimando ad un articolo precedente) non è ancora quella dell’”Inno alla gioia” del grande maestro teutonico sordo e geniale. Dunque “euro si od euro no” è solo il primo step d’indagine e non la conclusione del discorso o peggio ancora può essere il piccolo recinto dentro il quale contenere le nostre frustrazioni. Dobbiamo forse in fretta scegliere se compiere passi consapevoli e condivisi o gridare dentro la solita, antica ed angusta staccionata delle contrapposizioni.

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