BANCHE, TRUFFE, MILIARDI DI STATO E LE PRIME ELEZIONI “DERIVATE

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Le parole pronunciate venerdì pomeriggio 15 dicembre dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche dall’ex amministratore delegato di Veneto Banca Vincenzo Consoli sono solo l’ultima conferma, in serie, dell’attività svolta da Maria Elena Boschi in favore di Banca Etruria di cui il padre Pier Luigi è stato consigliere d’amministrazione dal 2011 e vice presidente dal 2014, due mesi dopo la nomina della figlia a ministro nel governo Renzi.

Nessuna delega, né di partito, né tanto meno istituzionale, tra quelle esercitate da Maria Elena ha mai avuto per oggetto temi attinenti alla materia della crisi delle banche, sicché nessuna copertura politica o istituzionale, tale da escludere un suo interesse personale e privato come movente del suo agire, ella può invocare a sostegno della sua incessante iniziativa allo scopo.

Tant’è che quando è stata lei, per difendersi dalla mozione di sfiducia in parlamento – fondata sulla supposta generica esistenza di un conflitto d’interessi e, allora, ancora priva di obiezioni specifiche sul suo operato – a riferire i fatti, le circostanze, le situazioni, le modalità con cui lei, parlamentare e ministro, si è posta dinanzi alla vicenda della crisi di Banca Etruria, non ha fornito nessuno degli elementi sulle sue molteplici iniziative, quindi genericamente e perentoriamente escluse, che pure nei due anni successivi sarebbero via via venute a galla.

Neanche dinanzi a tale palese difformità tra le assicurazioni date al parlamento e gli atti compiuti (da lei allora tenuti nascosti, ma via via affiorati alla pubblica conoscenza) Maria Elena Boschi ha ceduto di un millimetro, né cede adesso, nell’arrogarsi il diritto di essere lei e solo lei a giudicare se stessa e la pretesa correttezza del proprio operato, misurando la questione con il metro formale di mera valutazione lessicale del suo intervento alla Camera il 18 dicembre 2015.

Infatti giovedì scorso 14 dicembre, poche ore dopo l’audizione a palazzo San Macuto del presidente della Consob Giuseppe Vegas, ecco l’ex ministra, da un anno ormai potente (forse più di prima) sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, ripetere: <<Ditemi in quale frase di quel mio discorso io avrei mentito!>>.

Quel giorno di due anni fa, proprio il 18 dicembre, lei affidò il suo destino di membro del governo-Renzi a parole tutte centrate sull’inesistenza di ogni nesso causale tra gli atti compiuti dall’esecutivo di cui era magna pars e conseguenze favorevoli sugli interessi economici suoi e dei componenti della sua famiglia (tutti azionisti di Etruria, lei stessa, la madre, il padre e due fratelli), sulla sua asserita correttezza e onestà morale, sulla trasparenza dei suoi atti, sull’essersi sempre spesa per le istituzioni e mai per interessi privati, sulla negazione radicale di ogni proprio atto, gesto, scelta o azione in favore della sua famiglia. Con le seguenti parole testuali: <<mai favorito, né tutelato la mia famiglia>>, <<mai favoritismi o corsie preferenziali>>, <<nessun conflitto d’interessi>>.

Sostenere che tali affermazioni siano pienamente coerenti con le tante iniziative da lei intraprese quando era ministro, ed anche prima di quella seduta parlamentare, nel tentativo di salvare Banca Etruria, è sicuramente fuori da ogni analisi improntata a logica e buon senso.

Ecco nell’ordine fatti e notizie che la pubblica opinione ha potuto conoscere solo in seguito e grazie all’accidentale rivelazione di qualcuno, in un caso per fortuite intercettazioni nell’ambito di inchieste giudiziarie, in un altro grazie al libro “Poteri forti (o quasi)” di Feruccio De Bortoli, infine, più di recente, per le rivelazioni dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta da parte di Vegas e Consoli che confermano ulteriormente alcuni di questi elementi.

Il primo in ordine di tempo è l’incontro tenutosi il 14 marzo 2014 a casa di Pierluigi Boschi tra questi, vice presidente di Etruria, il presidente Fornasari e i vertici di Veneto Banca Flavio Trinca e Vincenzo Consoli alla presenza di Maria Elena.

Dopo che a maggio scorso l’aveva scritto “Il Fatto quotidiano”, svelando che la situazione di difficoltà della banca era stata esposta alla neo ministra, venerdì la conferma ufficiale, con ricchezza di dettagli e credibile contestualizzazione anche per la sequenza logica e temporale degli eventi, da parte di Consoli in audizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta.

Quell’incontro fu chiesto da Trinca, collega di partito di Fornasari, per capire come Etruria si stesse muovendo rispetto al diktat di Bankitalia, analogo a quello intimato a Veneto banca, di fondersi con la Popolare di Vicenza. <<Per quindici minuti partecipò il ministro che ascoltò, senza profferire parola>> ha affermato Consoli. Il che quindi nulla dice su una presenza attiva del neo ministro, ma alcuni fatti successivi sono chiari e a quella presenza conferiscono una valenza compiuta.

E qui viene in rilievo il secondo elemento, ovvero la circostanza svelata dall’intercettazione nella quale Consoli, la sera del 3 febbraio 2015, chiama Pierluigi Boschi.

Dieci giorni prima il governo Renzi ha varato per decreto-legge la riforma delle banche popolari, che impone la trasformazione in società per azioni alle più grandi, compresa Etruria. Una settimana dopo la banca aretina sarà commissariata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan su proposta del governatore di BankitaliaIgnazio Visco.

La telefonata – riferiscono Giorgio Meletti e Davide Vecchi su Il Fatto – è calma nei toni, drammatica nella sostanza. Boschi è in cerca di un salvatore per la sua banca. <<Consoli manifesta disponibilità, … a un certo punto fa una domanda e Boschi gli risponde: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”. La figlia è Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme. Il presidente è Matteo Renzi>>.

A maggio scorso poi – e questo è il terzo elemento – è la volta del libro di Ferruccio de Bortoli “Poteri forti (o quasi)” il quale racconta che nel 2015 il ministro Boschi avrebbe chiesto al numero uno di Unicredit Federico Ghizzoni di intervenire per salvare Etruria, valutando la possibilità di un’acquisizione.

Proprio in questa circostanza è visibile, plasticamente, l’insostenibilità della posizione dell’ex ministra. Ella infatti ha smentito seccamente la veridicità del fatto (ovvero la sua richiesta a Ghizzoni), sia pure annunciando una querela mai presentata e che non potrà mai più presentare: tutt’altra cosa è la preannunciata azione civile che, per giorni, incredibilmente è stata confusa da qualche giornale con l’annunciata querela!

Certo, potrebbe anche essere che il fatto riferito da De Bortoli non sia vero e che Maria Elena Boschi lo smentica per questo, anche se la stessa smentita non ha mai pronunciato Ghizzoni il quale, anzi, sembra implicitamente averlo confermato e comunque ha detto subito di essere pronto a rispondere se qualcuno lo chiamerà: finalmente questo qualcuno è arrivato, ed è la Commissione parlamentare d’inchiesta con l’audizione di mercoledì prossimo 20 dicembre.

Perché la sua smentita (di questa sola circostanza, mentre sulle altre non ha mai detto niente, e bene ha fatto visto che le conferme sono plurime e incrociate) a nostro avviso rende insostenibile la sua posizione?

La risposta è semplice: se ancora oggi respinge con sdegno ogni accusa, sfidando i suoi critici a dire in quale sua frase pronunciata in parlamento abbia mentito, ciò significa che, giustamente, lei stessa ritiene sconveniente, disdicevole, scorretto o quanto meno inopportuno il fatto riferito da De Bortoli: ovvero che avesse chiesto a Ghizzoni di valutare la possibilità di acquisire Etruria. “Chiedere di valutare” non è di per se un’iniziativa illecita e se Maria Elena Boschi l’ha sempre smentita con forza e indignazione, al punto da annunciare una querela comunque mai presentata, è perché lei stessa assume un punto di vista serio improntato a rigore etico.

Infatti se l’iniziativa in se (“chiedere di valutare”) non è illecita, rimane il fatto che essa è protesa verso un interesse privato che sta molto a cuore a papà Boschi e che lo strumento utilizzato è una richiesta avanzata al più importante banchiere italiano da un ministro, che, in quanto tale non avrebbe titolo per farlo e che, pertanto, se lo fa, da una parte abusa dei suoi poteri istituzionali e dall’altra li utilizza per fini privati.

Il punto decisivo non è che la richiesta sia qualificabile come pressione o meno. La “pressione”, in questo caso totalmente indebita, risiede nella natura stessa del soggetto che avanza la richiesta, in assenza di un titolo legittimante il corretto esercizio delle funzioni.

Che poi essa non sia andata in porto nulla toglie alla sua natura di intervento eccedente i poteri e perciò censurabile.

Se la richiesta non ha avuto l’esito auspicato dal ministro, è merito di Ghizzoni il quale, evidentemente, ha il rigore e la tempra per valutare la proposta in se, e respingerla, ma avrebbe potuto (o un altro al suo posto avrebbe potuto) cedere alla tentazione di ingraziarsi un potente ministro, il più potente di un governo forte e in quel momento saldamente in carica, e accogliere una richiesta che anziché corrispondere agli interessi da lui amministrati avrebbe servito quelli che stavano a cuore alla ministra.

La quale, se smentisce con veemenza, si pone, giustamente, sulla stessa lunghezza d’onda di censura del comportamento che in ipotesi abbia messo in atto, con ciò smontando totalmente la costruzione sillogistica posta a base del suo intervento in parlamento, che era quella di negare ogni responsabilità in assenza di prove specifiche e funzionali sul rapporto causa-effetto tra gli atti del governo di cui faceva parte e le conseguenze da essi dispiegate in senso favorevole agli interessi privati suoi e della sua famiglia.

Insomma la Boschi che smentisce con sdegno di avere avanzato quella richiesta a Ghizzoni non può più liquidare la questione complessiva del suo conflitto d’interessi con il metro impugnato quel giorno in parlamento.

E ci sono vari dettagli a confermare l’uso non occasionale del suo ruolo e della sua carica per il soddisfacimento di un interesse privato, in totale assenza – è bene ripetere – di ogni attinenza dei suoi poteri all’oggetto dei suoi interventi.

Se infatti il suo silenzio nell’incontro del 14 marzo 2014 dinanzi ai banchieri tra i quali il padre potrebbe in teoria confortare la tesi che, essendo avvenuto a casa di papà, si sarebbe trattata di una presenza casuale e di cortesia, e perciò passiva, i fatti successivi smentiscono totalmente questo assunto, sicché anche il suo ruolo in quell’incontro assume un’altra valenza: ella si limitò ad ascoltare per prendere contezza di un problema (un problema comune alle due banche, ha svelato Consoli venerdì scorso) del quale si sarebbe poi occupata.

Ed ecco sovvenire il secondo indizio, la telefonata del 3 febbraio 2015 nella quale è di tutta evidenza come Pierluigi Boschi si avvalga della figlia, e dei suoi poteri di ministra, e di ministra più vicina a Renzi, per perorare la causa della sua banca.

Per non dire poi delle rivelazioni di Vegas da cui apprendiamo che l’ex ministro Maria Elena Boschi lo incontrò più volte, anche su richiesta di lei, ed anche in luoghi privati come un ristorante di Milano: sempre per parlare di Banca Etruria, come riferito in relazione alla preoccupazione per i danni che la paventata fusione con Popolare Vicenza avrebbe potuto arrecare alla banca di papà. Per fortuna <<Consob non ha competenze in materia di aggregazioni bancarie>> (questa la risposta di Vegas), altrimenti quali sarebbero stati gli effetti della richiesta del ministro, delle preoccupazioni espresse e dei fatti esposti (per attenerci alla definizione di Vegas il quale non le ha qualificate come “pressioni”)?

L’audizione di Consoli poi non ha solo confermato la criticità della posizione di Maria Elena Boschi sul crinale di suoi interessi privati perseguiti usando (o abusando) dei suoi poteri istituzionali, ma, al pari di quella dell’ex amministratore delegato di Banca intermobiliare Pietro D’Aguì, ha fatto irruzione anche sul versante delle colpe di Bankitalia. Il cui capo della vigilanza, Carmelo Barbagallo, dopo avere totalmente negato di avere, mai e poi mai, detto ad alcuno che la banca di “elevato standing” con cui la Veneto e l’Etruria avrebbero dovuto fondersi fosse la Popolare Vicenza di Zonin, è stato seccamente smentito, sicché si porrà la necessità di verificare chi dica la verità e chi menta.

E, come se non bastasse, il Corriere della Sera rivela che l’allora ministra, nel 2014, incontra anche il vice direttore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta. Componendo, con quest’ultimo tassello, il quadro incontestabile di un’attività incessante, continua, instancabile profusa da Maria Elena Boschi, totalmente al di fuori di ogni competenza istituzionale, in favore della banca di cui l’intera sua famiglia possiede azioni, in cui lavora il fratello e che il papà amministra. E’ troppo recente quest’ultima notizia, diffusa ieri, perché se ne possano avere attendibili riscontri ma un dato è certo: ogni elemento di questa impressionante serie di indizi affiorati via via contro l’asserita astensione da ogni atto del più potente ministro allora in carica finalizzato all’interesse privato, risulta finora sempre confermato o mai smentito se non dall’interessata ma senza alcun convincente elemento a supporto.

Per tornare a Bankitalia, come già da noi prospettato in un precedente “dossier” diAlganews in occasione della mozione di sfiducia Pd a Visco, il ruolo di palazzo Kochva nettamente differenziato, come da noi documentato analiticamente in quel caso, su piani totalmente diversi tra loro in relazione a tre diversi capitoli: Veneto Banca, Banca Etruria, Popolare Vicenza.

Semplificando, dalla sequenza dei fatti e dalle risultanze documentali si può dire che la prima delle tre banche sia stata vessata con una serie impressionante di atti anomali in molti casi viziati da errori (come per le contestazioni relative alle azioni finanziate, le cosiddette “baciate” sottoscritte come condizione di accesso al credito) e spinta strumentalmente a consegnarsi senza condizioni alla BpVi che pure stava peggio. Del resto come spiegare che la Veneto, dopo avere ricevuto la “condanna a morte” da Bankitalia abbia superato gli stress test della Bce eseguiti peraltro sulla totalità dei suoi crediti nelle fasce di rischio (ovvero ad aziende immobiliari, a grandi e medie imprese)?

La seconda, Banca Etruria, sempre sulla base dei dati documentali, è stata invece monitorata e censurata sulla base di criticità oggettive e palesi e, analogamente, spinta verso una fusione con la BpVI.

Quest’ultima infine rappresenta proprio il nerbo scoperto di Bankitalia che rispetto all’andamento dei suoi conti e alla disinvoltura di gestione appare distratta, tardiva, inerte, assente, omissiva. Del resto, come ha fatto emergere il fuoco di fila di domande inutilmente poste a Gianni Zonin da deputati e senatori (<<non so>>, <<non ricordo>>, <<non avevo alcun potere>> le risposte in serie di colui che pure tutti per vent’anni hanno sempre considerato il padre padrone dell’istituto) destano sospetti l’assunzione da parte di BpVi di ex funzionari e dirigenti di Bankitalia, di ex ufficiali della Guardia di Finanza che avevano investigato sull’istituto vicentino, di parenti di figure “eccellenti” e l’ingresso nel board della banca di ex magistrati che avevano chiesto in procedimenti penali l’archiviazione di Zonin.

Ma, considerato il tema primario di questo dossier, è bene, sia pure in estrema sintesi, focalizzare la situazione di Etruria dai primi segnali di crisi al suo fallimento: situazione, come accennato, completamente diversa da quella di Veneto Banca.

Già nel 2012 Bankitalia mette nel mirino Etruria cui muove rilievi severi, reiterati in modo sempre più netto anche nel 2013.

Del resto, già quando a palazzo Koch sedeva Draghi, ad Arezzo non è che il rispetto delle regole fosse la prima preoccupazione.

Rossano Soldini, imprenditore, titolare di un pacchetto personale di 150 mila azioni di Etruria entra nel cda nel 2007 ma nel 2012 lascia <<dopo aver scoperto gli enormi conflitti di interessi di vari consiglieri>>, racconta. <<Denunciai oltre 220 milioni di euro che i consiglieri si affidavano con disinvoltura, poi l’elezione di Fornasari con 8 voti a favore e 7 contrari ma tra i favorevoli venne conteggiata la preferenza di un consigliere che non avrebbe potuto votare perché aveva superato l’ammontare degli affidamenti>>.

Una prassi e un malcostume in un territorio dove tutti gli interessi sono compenetrati nella banca e dove non c’è famiglia che della banca non viva. Come quella dei Boschi di Laterina, piccolo borgo con un bar in centro dove tutti s’incontrano. Mentre Pierluigi entra in Cda, il figlio Emanuele, avanza in carriera diventando dirigente con premio ad personam e numero due dell’ufficio incagli, che sono ciò che segnerà la fine dell’istituto.

Nel 2012 le perdite ammontano a 1 miliardo 260 milioni di euro. Bankitalia contesta che molti affidamenti inferiori ai 300 mila euro concessi con crediti chirografari, cioè senza garanzie, non sono stati riportati e quindi che i fondi deteriorati sono sottostimati del 19,7%, altri 136 milioni. Ma ancora nulla è compromesso: il titolo nel febbraio 2012 vale 3,92 euro, segno che Etruria regge all’esborso di 120 milioni di euro per acquistare la banca privata fiorentina Federico del Vecchio, cassaforte della borghesia toscana, pagata 80 milioni più del valore stimato.

 

Sembra assorbito anche il peso dell’acquisizione della banca Lecchese, dell’acquisto di 14 sportelli di Unicredit per oltre 40 milioni e persino dell’incorporazione di ConEtruria ed Etruria Leasing.

 

Ma il Cda guidato da Giuseppe Fornasari – con vice Lorenzo Rosi e tra i consiglieri Pier Luigi Boschi – porta a bilancio 1,5 miliardi di sofferenze. A febbraio 2013 il titolo crolla a 1 euro e 20 centesimi, ad aprile è sotto l’euro. Per rimanere a Piazza Affari con un valore presentabile il consiglio decide di dare il via a un’operazione cosiddetta di raggruppamento: per ogni gruppo di 5 azioni sarà corrisposta una sola azione. Il passaggio avviene il 29 aprile 2013 e il titolo chiude a 0,93 centesimi.

 

In pratica il valore reale delle singole azioni è sceso a 20 centesimi. Banca d’Italia interviene nuovamente. Impone il rinnovo del Cda e caldeggia un “matrimonio” con un istituto capace di assorbire le perdite di Etruria. Nel maggio 2014, con il titolo a 0,70 centesimi, si fa avanti la Popolare di Vicenza con un’offerta pubblica di acquisto: 1 euro ad azione.

 

Bankitalia chiede discontinuità, ma ha luogo un’operazione di facciata: cambia solo il presidente, non più Fornasari ma Rosi che ne era il vice. Numero due diventa Pier Luigi Boschi, in consiglio da tre anni. La deriva verso il baratro continua, nonostante ispezioni, intimazioni, diffide e sanzioni.

 

Quando l’11 febbraio scorso i funzionari di Banca d’Italia interrompono la riunione del Cda e invitano l’intero vertice a togliere il disturbo, commissariando l’istituto, Etruria è tecnicamente fallita. Semplicemente perché con le nuove maxi-perdite rilevate dagli ispettori la banca non ha più un briciolo di capitale come emerge dal verbale della Vigilanza di Via Nazionale.

Ecco cosa trovano gli ispettori tornati ad Arezzo a metà novembre del 2014 dopo le sanzioni comminate a fine settembre: <<la task force della Vigilanza rileva una banca agonica, la perdita d’esercizio a fine 2014 esplode a 517 milioni di euro>>, dopo che Bankitalia ha imposto svalutazioni su crediti malati per oltre 600 milioni. Una pulizia drastica di un bilancio che ha tenuto in vita artificiosamente prestiti che non sarebbero più rientrati. Quella perdita azzera il patrimonio netto che ammonta a poco più di mezzo miliardo. Per gli ispettori il deficit di capitale ha toccato i 590 milioni e i requisiti patrimoniali necessari a operare sono scesi a un misero 0,66% di “Cet1”: il nulla. Patrimonio dissolto definitivamente.

Ma la distruzione patrimoniale di Etruria è solo l’epilogo drammatico di una gestione non certo assennata e densa di conflitti d’interesse: 13 ex amministratori e 5 ex sindaci cumulano 198 posizioni di fido a loro stessi per ben 185 milioni. Ne vengono utilizzati 142 con perdite per la banca di 18 milioni. Non solo, ma di questi soldi dati agli amministratori ben 90 milioni finiscono tra i prestiti in incaglio e sofferenza. Non verranno cioè restituiti.

Nel mezzo dell’ultima ispezione conclusasi con il commissariamento, gli ispettori della Vigilanza rilevano una montagna di crediti concessi senza garanzie: somme che non possono tornare più. A fine 2014 il totale ammonta alla cifra record di 3 miliardi. Un record assoluto nel sistema bancario italiano dato che vale il 40% degli impieghi. Sofferenze per tre miliardi che da sole valgono più di tre volte il capitale della banca, capitale fittizio, dato che con le svalutazioni imposte il patrimonio è del tutto polverizzato.

Ma in questo percorso di lenta distruzione della banca cosa fanno gli amministratori? Nella migliore delle ipotesi sembrano non accorgersi della gravità della situazione. Nel periodo 2013-2014 quando la banca è già nel mirino di Bankitalia vengono spesi in consulenze ben 15 milioni di euro: incarichi vengono forniti sulla stessa materia a diversi professionisti. Non solo ma la banca continua ad essere generosa nei compensi ai suoi vertici. Negli ultimi 5 anni consiglieri e sindaci incassano oltre 14 milioni di euro, mentre la banca da loro gestita cumula perdite.

Chiarito quale fosse la situazione di Etruria, torniamo allo scenario complessivo, ben descritto dai tre piani considerati, tutti diversi l’uno dall’altro (Veneto, Etruria appunto e BpVi). Uno scenario in cui le partite in atto sono tante e si incrociano su vari terreni di gioco, dalle procure di Roma, Vicenza e Treviso, a palazzo San Macuto, fino a quello più propriamente politico. Nel quale Maria Elena Boschi deve reggere il peso di un palese conflitto d’interessi che non può apoditticamente e genericamente continuare a negare se esso fuoriesce da mille pieghe delle cronache – politiche, parlamentari e giudiziarie – dei fatti di questi anni. E ciò anche quando riesca talvolta a reclutare alla sua causa il capo del governo Gentiloni la cui voce non può certo essere assimilata alle tante che, da Renzi in giù, si levano dal cortile del “giglio magico”.

L’affaire-Etruria è infatti un caso da manuale e nel contempo un piatto ricco di tutti gli ingredienti necessari per imporsi all’attenzione generale, senza che nulla possano pressanti azioni di distrazioni di massa neanche se esercitate con tutto il potere di occupazione di spazi mediatici, a partire dal servizio pubblico la cui gestione attuale è quella insediata dal governo Renzi o, come nell’avvicendamento Campo Dall’Orto-Orfeo, da lui ispirata.

Gli ingredienti sono succosi e rimandano alle origini della stessa Banca Etruria risalenti alla Banca Mutua Popolare Aretina fondata nel 1882 da esponenti della massoneria toscana. Questo è un dato storico e ufficiale: quando De Bortoli, a settembre 2014, nell’editoriale d’uscita dalla direzione del Corriere della Sera, evoca quello “stantio odore di massoneria”, scrive appena l’ovvio.

Del resto Elio Faralli, padre-padrone di Etruria per circa trent’anni – nella fase dell’espansione, delle tante acquisizioni e della quotazione in borsa – è un noto massone. “Regna” fino all’età di 87 anni, lasciando la carica nel 2012 e facendo così in tempo a fare entrare, l’anno prima appunto, Pierluigi Boschi nel Cda da lui presieduto.

E il latifondista aretino entra nel consiglio d’amministrazione per proteggere il credito delle migliaia di cooperative che egli ha guidato, a capo di Confcoperative dal 2004 al 2010 dopo essere stato dirigente Coldiretti, membro del Consiglio agrario e della Camera di Commercio. Cosa sia un Cda lo sa bene per essersi seduto contemporaneamente, anche come presidente, in una quindicina di consigli d’amministrazione di imprese agricole.

In quello della banca delle sue contrade, quotata in borsa ma pur sempre con le radici ben piantate ad Arezzo e nella campagna toscana, è membro del Comitato controllo e rischi e del Comitato esecutivo. Ed in questa qualità subisce due sanzioni, da parte di Consob (120 mila euro per l’omessa indicazione del livello di rischio nei prospetti agli ignari clienti indotti a sottoscrivere azioni e obbligazioni) e di Bankitalia (144 mila euro per “violazione delle disposizioni sulla governance“, “carenze nell’ organizzazione e nei controlli interni”, “carenze nella gestione e nel controllo del credito”, “carenze nei controlli”, “violazioni in materia di trasparenza”, “omesse e inesatte segnalazioni agli organi di vigilanza”).

Nel Cda di Etruria trova Umberto Tombari, vicepresidente dell’Acri, l’associazione delle Fondazioni bancarie, affermato avvocato civilista nel cui studio legale la figlia ha svolto la pratica insieme a Francesco Bonifazi, per qualche tempo anche fidanzato ma soprattutto mentore politico.

E’ al suo fianco che Maria Elena Boschi – da bambina, per tutti “la Mari” in quel borgo di campagna toscana – già chierichetta, insegnante di catechismo, volontaria nel bar della parrocchia e “madonna” nel presepe vivente di Laterina, fa il suo esordio in politica.

L’occasione è data dalle primarie per la carica di sindaco di Firenze, nel 2009, quando la neo avvocata ha 28 anni: è portavoce dei comitati a sostegno di Michele Ventura, il candidato dalemiano avversario di Matteo Renzi. Ventura è favorito ma – complici una seconda candidatura Ds in chiave veltroniana e soprattutto il soccorso in massa portato dal berlusconiano Denis Verdini – a vincere è il candidato della Margherita Matteo Renzi. Fiutata l’aria, impiega poco la coppia Boschi-Bonifazi a passare con Matteo. E piovono incarichi.

Tombari è presidente della Firenze mobilità, Maria Elena entra nel Cda di Publiacqua. Siamo sulle orme di Bonifazi, oggi tesoriere Pd e parlamentare – allora detto anche barzellettiere di Renzi e “Bonitaxi” perché con la sua Audi A4 gli fa da autista – e della sua famiglia: il padre, Franco Bonifazi, era direttore della Mukki, la centrale del latte, lo zio Alberto Bruschini membro della deputazione del Monte dei Paschi e direttore della Cassa di risparmio di Prato.

Che la politica fosse nel destino di Maria Elena è scritto da tempo se è vero che i genitori si conoscono ad un comizio Dc a fine anni ’70 quando Fanfani, aretino e loro riferimento, è ancora protagonista.

Arezzo, dove Licio Gelli può vivere indisturbato tranquillamente per tanto tempo, è storicamente ambiente amico della massoneria. Tant’è che perfino quando, nel pieno della bufera per la crisi che avanza, Pierluigi Boschi non sa come salvare la sua banca, in cerca di consigli si rivolge a Flavio Carboni, il faccendiere coinvolto in mille scandali, accusato anche, assolto per insufficienza di prove, dell’uccisione di Roberto Calvi che trafficava con Gelli, capo della P2, e con la massoneria, sia quella ufficiale e apparente che quella segreta e deviata, protagonista del “crac” del Banco Ambrosiano.

Nonostante il quadretto, idilliaco e strappalacrime, che la figlia ne dipinge in Parlamento esattamente due anni fa, papà Boschi con qualche situazione imbarazzante ha fatto l’abitudine.

A parte quelle di banchiere, ha ricevuto due sanzioni amministrative, per evasione fiscale e per violazione delle norme anti-riciclaggio da parte dell’Agenzia delle Entrate.

La vicenda è relativa a una compravendita eseguita nel 2007 e questa volta i personaggi con cui Boschi senior rimane invischiato non sono ex piduisti o massoni, ma figure ritenute vicine a clan mafiosi. In particolare il socio di Boschi, Francesco Saporito, è indicato dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze come uomo legato alla ’ndrangheta.

In questa vicenda riappare anche il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi che nel 2011 iscrive nel registro degli indagati Boschi e il suo socio Saporito per turbativa d’asta e riciclaggio per poi, però, archiviare le due posizioni. I fatti risalgono al 2007 quando Boschi è presidente della cooperativa agricola Valdarno Superiore attraverso la quale acquista dall’Università di Firenze un’importante tenuta agricola. L’intera proprietà viene poi spezzettata tra i soci. Boschi e Saporito ne acquisiscono una frazione attraverso la società Fattoria Dorna, di cui il padre del futuro ministro detiene il 90%. Dopo qualche mese dall’acquisto la rivendono a tale Apollonio per 460 mila euro. Nel frattempo alla procura di Arezzo arriva un esposto in cui viene ipotizzato che attorno al terreno si stanno compiendo degli “strani impicci”. L’allora procuratore capo Scipio apre un fascicolo insieme al magistrato Roberto Rossi per turbativa d’asta relativo alla prima vendita, quella compiuta dall’Università di Firenze.

Gli inquirenti avviano le indagini e dispongono le perquisizioni negli uffici e nelle abitazioni di tutte le parti coinvolte dalla compravendita iniziale fino ad arrivare ai nuovi acquirenti. Quindi fanno visita anche ad Apollonio. E trovano le fotocopie di banconote per complessivi 250 mila euro. I magistrati ne chiedono spiegazione. E lui le fornisce: <<Ho comprato da Boschi e Saporito per 460 mila euro ma mi hanno detto che se non versavo 250 mila euro in nero e in contanti non mi avrebbero ceduto la proprietà>>. Gli inquirenti, recuperato l’atto notarile, scoprono che nel rogito la cifra di vendita è registrata in 210 mila euro e non 460 mila euro. La differenza? 250 mila euro. Così la Procura di Arezzo nel 2011 manda la Guardia di finanza anche a casa di Boschi e Saporito. Prendono l’intera documentazione, trovano i riscontri del pagamento in nero e aprono un fascicolo per estorsione a carico dei due.

Non solo: inizialmente ipotizzano a carico di Boschi – titolare del 90% della società – anche i reati di evasione fiscale e violazione della norma anti-riciclaggio. Si rivolgono all’Agenzia delle Entrate per gli accertamenti, ma qualcuno eccepisce che l’importo di 250 mila euro non può essere attribuito interamente a un socio ma deve essere diviso tra i titolari della società e che così facendo, frazionando cioè la cifra, le varie porzioni sono inferiori al tetto previsto per la contestazione del reato penale. Anche per l’estorsione la procura propende per l’archiviazione, anche se non sappiamo quanto ciò si debba a Rossi e quanto al procuratore titolare di cui ben presto avrebbe occupato il posto. Il magistrato infatti è promosso a procuratore di Arezzo il 18 giugno 2014, nella fase del potere renziano all’apice. Da febbraio 2015 è anche consulente consulente di palazzo Chigi, prescelto magari per il valore dimostrato nelle inchieste come quelle su “Variantopoli” che porta alla caduta della giunta di centrodestra, sulla Chimet di Sergio Squarcialupi accusato di disastro ambientale, sul crac di Eutelia.

Nonostante l’archiviazione, l’Agenzia delle Entrate va avanti e apre due procedimenti amministrativi: per evasione fiscale e per violazione della norma anti-riciclaggio. Boschi paga subito le due sanzioni ed esce dalla società.

La trama dei fatti è molto fitta, i fili sono tanti ed uno di questi, come abbiamo appena visto, porta al procuratore Rossi, sottoposto a procedimento disciplinare per non essersi astenuto dall’indagine su Boschi nonostante la consulenza ottenuta dal governo-Renzi e prosciolto, ma tornato poche settimane fa alla ribalta della cronaca per avere, dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, tra un attacco e l’altro a Bankitalia, propugnato la limpidezza di Pierluigi Boschi omettendo di riferire dell’ultima indagine che lo riguarda (<<ma solo perché nessuno me lo ha chiesto>> ha precisato) dopo avere, con dovizia di particolari, informato i parlamentari di avere chiesto l’archiviazione in un altro procedimento.

Gli interessi in gioco sono tanti e i conflitti non mancano. Ma il problema non è che vi siano interessi in conflitto. Ciò è semplicemente normale ed anche salutare.

Il guaio è che, sempre più spesso, interessi in conflitto sono riposti nelle stesse mani. Il che in Italia è una sorta di sport nazionale. E tra un interesse privato e quello pubblico non c’è partita

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