SUI BRACCIALETTI AI DIPENDENTI AMAZON, INFURIA LA CAMPAGNA ELETTORALE

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Mentre già infuria la campagna elettorale Amazon annuncia di voler applicare ai propri dipendenti un braccialetto elettronico per monitorarne l’attività e gli spostamenti, proprio come si fa per i vigilati speciali della giustizia, ed ecco che la politica insorge subito in modo bipartisan: Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, ricorda che in Italia “c’è una legge e la legge va rispettata”, Paolo Gentiloni si infuria dichiarando che dal canto suo “la sfida è il lavoro di qualità e non il lavoro con il braccialetto”, Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia scrive su Facebook “Amazon brevetta un braccialetto elettronico per controllare i suoi dipendenti. Ecco i risultati della globalizzazione incontrollata: lavoratori ridotti a schiavi e costretti a lavorare come fossero in carcere da aziende multinazionali senza scrupoli” e Matteo Salvini, leader della Lega Nord si chiede se siamo “uomini o schiavi? Voglio restituire dignità al lavoro, alcune multinazionali sfruttano, spremono e poi rottamano.”

Anche i sindacati tradizionali si indignano ed modo unanime dicono “Basta!”.

Carmelo Barbagallo, UIL, dice “ne penso tutto il male possibile”, Susanna Camusso, CGIL, “La notizia si commenta da sola” e per Annamaria Furlan, CISL, “Bisogna rispettare il modello di relazioni industriali che esiste nel nostro Paese”.

Amazon, laconica, replica di aver sempre rispettato “in maniera rigorosa tutte le regolamentazioni in materia di lavoro”, “non rilasciamo commenti relativamente ai brevetti. La sicurezza e il benessere dei nostri dipendenti sono la nostra priorità”, inoltre “i brevetti impiegano anni per essere approvati e non necessariamente riflettono gli sviluppi attuali che stanno avendo i nostri prodotti e servizi”.

Fin qui la cronaca: ma dove erano tutti quelli che oggi, ad un passo dalle elezioni, si indignano, infuriano e commentano acidamente una possibile intenzione manifestata da una multinazionale che, nel fare il proprio lavoro, sembra andare davvero troppo oltre il lecito e telecomandare i dipendenti per renderli suoi schiavi?

Già: dove sono stati tutti questi anni?

La legge da rispettare è una sola, il suo nome, nonostante le modifiche è ancora “Statuto dei lavoratori” ed è codificata come legge 300/70, ma c’è un problema, la legge, ormai, non è più uguale a quella approvata il 20 maggio di quasi 48 anni fa.

Mentre si è parlato tanto dell’articolo 18 perché la sua modifica favorisce il precariato, l’impianto della norma è costituito da altri 40 articoli, per un totale di 41, divisi in sei titoli, tutti indispensabili e fondamentali, tanto che prima di toccare l’articolo 18 il legislatore e la magistratura hanno di fatto smontato quasi tutte le altre fondamenta, meno impressionanti e visibili di una norma sui licenziamenti.

Ad oggi le modifiche alle legge 300/70 sono state 14, divise in 6 Decreti Legislativi, 2 Decreti Presidenziali e 6 Leggi ordinarie dello stato e tutte queste modifiche, nel loro insieme, hanno profondamente modificato l’impianto iniziale della legge che, unito alle sentenze di cassazione che ne hanno interpretato i contenuti alla luce di altre leggi connesse e la sopraggiunta modernità, l’hanno resa oggi decisamente molto meno efficace di quella presentata da Gino Giugni nel 1969 a seguito delle sommosse popolari per le condizioni di lavoro nelle fabbriche a dir poco disumane.

Quello che salta alla ribalta oggi a seguito del brevetto Amazon è l’articolo 4 della legge 300/70, il cui titolo è ancora “Impianti audiovisivi” perché all’epoca dell’approvazione della norma questo metodo era l’unico conosciuto per la sorveglianza del personale, anche se il suo contenuto è stato modificato ed adattato, ampliandolo, ai mezzi oggi in uso da due modifiche legislative, avvenute nel 2015 e nel 2016, oltre a due sentenze di cassazione di maggio 2017.

Il tutto sotto gli occhi di chi oggi sotto elezioni protesta.

L’articolo da rispettare inizia con “Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale…”.

Sorvolando per brevità su come sarà possibile installarli comunque, il suo comma 3 cita: “Le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.” (ndr: la legge sulla privacy).

Ora, se questi braccialetti, saranno utilizzati rispettando la privacy da Amazon per il fine di “ottimizzare il lavoro dei dipendenti” per “per esigenze organizzative e produttive “ come dichiarato dai suoi vertici e previsto dalla legge… l’azienda ha ragione.

Siamo quindi noi ad avere torto, non nel criticare Amazon, che fa il suo lavoro di azienda, ma nel non vedere che piano piano si stanno cancellando nell’indifferenza generale tutti i fondamenti e le tutele conquistate con grandi sacrifici, e qualche volta anche con il sangue, dai Padri Fondatori della Patria e dalle classi sociali oppresse nel passato.

Ma se Amazon ha ragione nel cercare di utilizzare tutti gli strumenti possibili per produrre e guadagnare di più, non tutto è perduto: a febbraio 2017 si sono tenuti i congressi del sindacato USB il cui titolo era: “Riprendiamoci tutto!”.

Il senso dato alle riunioni era proprio questo: avevamo un tesoro prezioso di norme e tutele che qualcuno ci ha tolto dicendoci che erano superati e non più importanti, riprendiamocele prima che sia troppo tardi per tutti.

Invece di promettere aggiustamenti demagogici, questo dovrebbe anche essere il programma del prossimo governo che da troppo tempo rincorrere un benessere virtuale dato da una finanza non più reale e basata sul profitto invece che sul rispetto della dignità dell’uomo.

Forse è proprio e per questo che il sindacato USB, l’unico attualmente in reale ed esponenziale crescita di consensi nel nostro paese a discapito degli altri, è inviso alle aziende e rifiutato ai tavoli.

Non si tratta di ideologie o di troppa irruenza, è la paura di aziende e governi ormai controllati dalle logiche bancarie di dover tornare indietro un pochino a tenere lontane queste voci, tornare a quando il lavoro dell’uomo aveva ancora un valore ed era rispettato nella sua dignità, a quando i diritti erano ancora esercitati come tali e non come concessione finale al termine di lunghi ed estenuanti percorsi che ne attenuano e spesso vanificano l’efficacia, a quando la persona era ancora un essere umano e non un robot da ottimizzare è pericoloso per i potenti, ma vitale per la popolazione.

Per parafrasare un celebre proverbio, non si dovrebbe mai chiudere la stalla quando ormai tutti i buoi sono scappati, purtroppo, nel nostro paese, questo sembra ormai essere diventato un modo di fare ricorrente.

Qualche volta, pensiamoci prima.

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