CON LE LISTE DI FEDELISSIMI, RENZI SI E’ PRESO IL PARTITO: PER FARNE COSA?

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E’ semplicemente incomprensibile lo stupore di alcuni, per le liste dei candidati del Partito democratico, ufficializzate ieri. Incomprensibili sono anche le rimostranze tardive della minoranza pd nella devastante direzione  di qualche giorno fa, le stridule  proteste di Orlando, Franceschini,  Emiliano,  Cuperlo. Scusate, ma cosa si aspettavano? Da anni si sapeva che l’obiettivo di Matteo Renzi  era quello di prendersi completamente il partito, di trasformarlo in una Dc 2.0, di circondarsi di fedelissimi. Su Alganews, per almeno tre anni,  lo abbiamo scritto fino alla noia. E così è andata. Ovvio, addirittura scontato. Ora, però, l’ unico problema è: tutta questa manovra lunga e avvolgente ,  per fare cosa ? E’ chiaro che il partito renziano non potrà diventare un nuovo En Marche. Nessuna copia del partito di Macron, insomma. Primo, perchè Macron un partito l’ha costruito ex novo, rischiando il tutto per tutto. Una sciagurata legge elettorale  gli ha poi  consegnato il Paese, grazie ad  un quinto di elettori che l’hanno votato. Secondo, perchè l’attuale inquilino dell’Eliseo, non aveva mai governato prima di allora. Era stato sì ministro del governo Valls, era stato sì il responsabile della Loi du travail, che aveva portato in piazza milioni di francesi con scontri e cariche della polizia. Ma , appunto, non aveva mai governato.

Renzi, invece, il Paese l’ha guidato, con alterne fortune, per tre anni. Fino alla disfatta del referendum. E’ chiaro che l’occasione di fondare un suo movimento, scelta logica e sensata fino ad un anno fa, ora  è naufragata  per sempre. Tra l’altro le elezioni del 4 marzo rischiano di trasformarsi per lui in una Caporetto, peggio ancora della consultazione del 4 dicembre. Certo, mettere in lista i suoi lo preserva dalla richiesta di un  congresso straordinario che lo costringerebbe alle dimissioni. Ma, in concreto, di nuovo  c’è da chiedersi :  a cosa gli sarà servito? A niente. E allora viene spontaneo sposare la tesi che anche noi abbiamo trattato più volte in questi anni: azzoppando il partito, svendendone in pochi anni gli ideali progressisti, Renzi è stato chiamato per distruggere la sinistra dal suo interno e fare riforme, da brividi e di destra, esattamente  dove la destra non era riuscita.

Già, ma chi lo ha convinto ad iniziare l’opera di distruzione del Pd? Berlusconi, secondo molti. In un tacito gioco delle parti, destra e Pd si sono spalleggiati fino alla soluzione finale, riuscita almeno in parte. Dopo, visti i risultati incerti delle elezioni del 4 marzo, le due forze politiche si sarebbero viste ‘costrette ad allearsi per il bene del Paese’ e creare, guarda a volte il caso,  un governo di larghe intese, come vuole l’Europa, e soprattutto come vuole  il mondo finanziario. Essendo pregiudicato e incandidabile, l’ex cavaliere avrebbe prestato quindi  i propri voti al partito renziano,per mettere di nuovo alla guida del Paese  l’ex sindaco di Firenze e governarci insieme.

Il piano, però,  non farebbe una piega se Pdr e Forza Italia avessero il doppio dei voti. Ma così, a tastare gli umori elettorali,  il progetto rischia di infrangersi al primo scoglio esattamente  per il digiuno  di consensi. E meno male che Salvini ormai è in caduta libera, la Meloni deve guardarsi le spalle, e nel suo stesso recinto , da quelli di Casapound, che finiranno per rubare i voti  proprio agli alleati naturali di Fratelli d’Italia. E meno male anche che Il Movimento 5 stelle sta compiendo errori in serie e Liberi e Uguali e Potere al Popolo hanno iniziato troppo tardi la loro campagna elettorale. Altrimenti, il compattamento dei conservatori italiani, reso necessario negli ultimi anni proprio dal prosciugamento di voti, si sarebbe trasformato in uno scenario da incubo. Già così,  però, difficilmente Pd e Forza Italia scavalleranno il 15 per cento. I due più grandi venditori di sogni nell’Italia degli ultimi trent’anni hanno insomma fatto i conti senza l’oste. In ogni caso, male che vada Renzi diventerà senatore, perfetta nemesi per uno che il senato voleva ridurlo ad inutile stampella. Berlusconi, invece, forse nemmeno quello. Per lui, insomma, è iniziato davvero l’ultimo giro di corsa.

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