SE NON CI FOSSE STATO Il ’68, IL MONDO SAREBBE ANCORA PIU’ BRUTTO

loading...

Una canzone di Raf, qualche tempo fa, si interrogava su cosa sarebbe rimasto degli anni ’80. Erano gli anni dove tutto era luccicante e appariscente, gli anni in cui lo yuppismo imperava e l’arrampicamento sociale stava via via indebolendo la coscienza di classe, ponendo in cima alla scala dei valori, l’interesse personale. L’edonismo dilagante poneva le priorità dei giovani alla ricerca del posto sicuro e percorso la via del successo. Lo sgomitamento stava per essere sdoganato e giustificato e peace and love cedeva il passo al più antico ma deprecabile mors tua vita mea
Erano i tempi però che la radio passava anche la canzone di Venditti “Qui”, che accarezzava velatamente gli scontri tra gli studenti e la polizia a Valle Giulia, segno evidente che malgrado l’ondata del passato e delle rivoluzioni del ’68, la lotta non era ancora seppellita nelle menti di molti giovani e che nonostante le illusorie nuove tendenze, ad alcuni era rimasto sulla pelle il senso sociale acquisito negli anni e nel quale aveva creduto.
Ma il processo distruttivo era ormai iniziato e l’involuzione delle coscienze era avviato verso altre dinamiche che avrebbero in seguito visto il Paese deviare verso il nulla e questo nulla, è costituito dal totale silenzio politico e sociale, ghettizzato sulla rete e sui social network, luogo semi sicuro dove chiunque grida la propria ragione, consapevole dell’inefficacia della stessa, ma auto illudendosi che così contribuirà a cambiare le cose…

Dal 7 all’11 febbraio 1967 gli studenti si barricarono nel cuore dell’università di Pisa e scrissero un documento storico. Con quell’occupazione iniziò il ’68 in Italia…
A cinquant’anni dal ’68, con il senso civico e morale ben ripulito in lavatrice e canalizzato solo a fenomeni selezionati, ci troviamo a cavalcare una nuova ondata di populismo, lasciandoci alle spalle quelle che furono le lotte studentesche, operaie, la questione femminile, la riforma della famiglia, l’aborto, il divorzio, le conquiste nel mondo del lavoro e lo Statuto dei diritti del Lavoratore, che a Renzi piacendo, includeva anche l’articolo 18, ci troviamo a buttarci alle spalle la faticosa “scalata” delle donne per arrivare ad essere almeno equiparate all’uomo, anche se facciamo il punto ogni giorno con i “femminicidi”, un odioso neologismo che sta ad indicare quante donne sono state ammazzate da uomini che, per ragioni diverse, hanno creduto di far valere il proprio diritto in quanto “maschi”, come se pisciare in piedi, conferisca ad un individuo maggiore importanza e insita superiorità.
Le rivoluzioni, perché furono più d’una, che condussero l’Italia dalla seconda metà degli anni ’60 ad oggi, hanno dato nuovo nerbo a generazioni che seppure a volte confuse e destabilizzate dagli accadimenti e dalle innovazioni sociali, prendevano via, via, coscienza della propria condizione e dell’importanza di mescolare il sociale alla quotidianità che li vedeva solo dediti a lavorare e a crescere figli.
Gli italiani figli del boom economico, scoprirono negli anni che seguirono quanto fosse importante arrivare a garantire una scolarizzazione ed una istruzione superiore ai figli, mentre il proletariato, parola che oggi pare riposta nel dimenticatoio, ben chiusa in un cassetto, prese coscienza della forza contrattuale ed iniziò le trattative alla pari, col datore di lavoro o, come si diceva in quegli anni, col padrone, che come scrive il poeta De Gregori, nella sua canzone: Pablo, “…non sembrava poi cattivo”.
Gli operai e gli studenti, per la prima volta erano uniti nelle lotte per i diritti del Lavoro e questa miscellanea di padri e figli che faceva blocco comune contro il Governo e la classe dirigente, finì col vedere conquistati una serie innumerevole di nuovi diritti, che andavano così gradualmente a riequilibrare, almeno un po’ le differenze sociali tra il ricco ed il povero.
Le lotte studentesche, le occupazioni delle università, l’analisi e la critica della società e la progettualità a far meglio, mosse intere generazioni che maturavano uno sviluppo di pensiero che avrebbe spinto molto in avanti il Paese.
Mezzo secolo dopo il ’68, molte di queste lotte e delle tante conquiste sono state vanificate dalle riforme e dalle nuove Leggi che hanno saputo erodere un po’ alla volta i diritti acquisiti, lasciando che gli operai tornassero tali e se possibile, ancora di più rispetto al passato, perché adesso, non si ha nemmeno più la sicurezza di avere un lavoro per tutta la vita, adesso ci si trova ad accettare contratti a termine che oltre a non dar garanzia per la temporalità dello stipendio, non danno nemmeno le potenzialità di una credibilità finanziaria al cospetto, ad esempio, di una richiesta di un prestito, perché la banca o la finanziaria, non trova garanzie a copertura dal richiedente. Il precariato o i contratti temporali che riempiono le pagine delle statistiche che raccontano di un incremento dell’occupazione, non tengono conto della condizione del lavoro offerto, non ci dicono quanti nuovi occupati lo saranno ancora tra qualche mese. Cosa ne penseranno i sessantottini di questo sistema occupazionale? Le lotte di quegli anni avevano come preoccupazione preminente, quella di non permettere che alcuni lucrassero sul lavoro di altri ed assegnavano al lavoratore il giusto merito e la giusta importanza nella macchina produttiva del Paese, chissà cosa pensano quei sessantottini guardando ora le agenzie di lavoro interinale, il caporalato che, ancora pesantemente presente, arriva anche e soprattutto a sfruttare lavoratori immigrati, chissà se quegli ultrasettantenni oggi non hanno voglia di piangere, vedendo che fine abbiano fatto i propri nipoti.
La donna è finalmente considerata un individuo alla pari con l’uomo e le implicazioni sessiste sono tramontate da tempo e quelle che ancora resistono radicate nei più anziani, col tempo finiranno. La donna svolge lavori che fa anche l’uomo, guida mezzi pesanti, autobus, taxi, treni e persino aeroplani. Una donna può trovarsi a capo di un’azienda o assumere il ruolo di ministro o perché no, quello di Presidente della Repubblica. Insomma grandi passi avanti dai tempi in cui gli uomini, dopo pranzo, si ritiravano nel salotto buono a fumare il sigaro e facevano discorsi da uomini…
Beh in effetti alcune cose sono cambiate, ma non esattamente come pretendeva la rivoluzione sessuale, c’è ancora bisogno di Leggi che guardino alle “quote rosa” e negli ambienti di lavoro, il livello remunerativo e qualitativo della donna, non ricalca perfettamente quello dell’uomo, è notizia di questi giorni la protesta delle giornaliste della BBC che rivendicano la parità di trattamento economico rispetto ai colleghi uomini.

In famiglia e nei luoghi di lavoro, come pure in strada, al supermercato e un po’ ovunque si continua ad abusare della donna, guai poi a ricorrere al tribunale per denunciare una violenza sessuale, perché può capitare il giudice che mette in dubbio lo stupro perché, “se indossava i jeans, come ha fatto l’imputato a farle violenza?” I recenti scandali sessuali del mondo del cinema sono palese testimonianza di una fragilità femminile, schiacciata dal maschilismo che continua ad imperare. La questione sessista è ancora lontana dall’essere risolta e in taluni casi, la donna, resta ancora “il miglior amico dell’uomo” che già nella scala sociale le si concede un privilegio anteponendola al cane!

Nei moti del ’68 si lottava per la giustizia (o meglio per la giustezza) ed il motto che la Legge fosse uguale per tutti era l’auspicio che ognuno aveva, rendere concreto il concetto di metro d’applicazione unanime, era di fatto tra gli obiettivi (mancati) a tutt’oggi. Non da meno le grandi questioni, aborto, divorzio, riforma del Diritto di famiglia, che furono poi abbracciate da gruppi politici che ne fecero la propria bandiera e che fortunatamente videro concretizzarsi le aspettative. Molte battaglie dell’epoca obbligarono l’Italia a voltar pagina anche sul rapporto con lo Stato Vaticano e con la questione morale, ma indebolirono il concetto di rispetto per le istituzioni, la famiglia (che veniva messa in discussione), le autorità… Il timore reverenziale, stava tramontando con tutte le sue implicazioni buone o negative, anche la crescente avversione verso le Forze dell’Ordine, diede occasione a grandi e pesanti scontri di piazza e l’uniforme era recepita quasi alla stregua del nemico da combattere.
La politica stava cambiando, anche se pochi se ne accorsero immediatamente.

La Politica che trasse forza dalle contestazioni sessantottine, fu naturalmente quella di Sinistra che mai prima di quel momento aveva registrato così larghi consensi nelle masse che, anche galvanizzate dal pensiero anti-americanista e contro l’imperialismo, si sentivano rappresentate da una posizione politica intransigente verso un conservatorismo troppo vicino agli industriali ed ai signori del potere. Il pensiero maturato oltretutto dal dissenso della guerra del Vietnam e dalla recente morte del “Comandante” Ernesto Che Guevara, portò una ventata nuova nel Paese e tutti i giovani (o quasi), si sentirono chiamati in causa per la rifondazione delle architetture sociali, contro la sperequazione economica, l’Italia era ormai matura per il passo in avanti verso una società equilibrata e portatrice di diritti (e doveri).

Oggi appaiono lontani quei momenti dove nelle Università occupate, si aprivano forum di discussione e si organizzavano azioni di protesta. Occupazioni, manifestazioni, autogestioni e contestazioni, sembrano appartenere ad un passato remoto e la sensazione che si ha, parlando di quei fatti, è di qualcosa che comunque produsse disagio e disturbò lo status quo di una società accoccolata nelle proprie abitudini, abituata a rispondere ad un padrone, una quotidianità scandita da ritmi lenti e ripetuti.
Eppure se non ci fosse stata la rivoluzione del ’68, con molta probabilità, non avremmo avuto un’evoluzione collettiva così veloce ed uno sviluppo così forte. E’ innegabile che si produssero anche idee ed ideali che successivamente sfociarono in fenomeni estremi come il terrorismo degli anni ’70 e le lotte armate che ne conseguirono e che videro probabilmente il loro epilogo dopo la morte del Presidente Aldo Moro, questo aprì definitivamente la porta ad un capitolo diverso nella gestione del Paese che tornava così verso l’apatica normalità. Ma un Paese in continua evoluzione non può non mettere in conto episodi (che durano anni) di scontri aspri e addirittura cruenti, è il prezzo da pagare se si intende crescere e sedersi al tavolo dei grandi.
Molte Battaglie sindacali, molte lotte operaie ed infiniti sogni dei tanti giovani di 50 anni fa, oggi sono state affossate da logiche spietate di interessi di potere e da banchieri per niente scrupolosi L’avvento dell’Europa Unita, assoggettando tutti gli Stati membri ad un potere centrale, da’ il colpo di spugna definitivo ai desideri degli idealisti dell’amore libero, agli hippies, ai capelloni, ai figli dei fiori, che per le nuove generazioni, appaiono come surreali caricature e per noi che invece abbiamo qualche anno in più, evocano ricordi di qualcuno che voleva cambiare il mondo, per noi che siamo ben oltre il “giro di boa”, Che Guevara non è uno che fa magliette, per noi rimane una bandiera e Ghandi, Mandela, Martin Luther King e Malcolm X, possono riposare tranquilli, perché qualcosa dei loro insegnamenti è rimasto e rimarrà.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

loading...