CAPORALATO, UNA PIAGA CHE COINVOLGE 400MILA LAVORATORI

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OCCORRE CHE IL GOVERNO ITALIA ABBIA LA FORZA DI DARE UN ALT AI PRESUNTI ALLEATI, E LI METTA IN FILA, ESERCITANDO IL COMANDO CHE TUTTI SULLA CARTA LE ASSEGNANO. PER COMINCIARE UNA GUERRA SERIA E NON SUICIDA

I volti felici e insieme sconvolti di Filippo Calcagno e Gino Pollicardo dicono all’ennesima potenza drammatica i sentimenti di tutti noi.

I due sanno di averla scampata e i loro amici no. Dolore e gioia sono mescolati e stringono il loro cuore. Hanno ancora il dubbio, però, che la loro pena non sia finita, e nessuno li raccolga e li porti a casa. Nel biglietto non parlano a qualcuno, si rivolgono a un’entità lontana, indistinta.

 A noi possono essere legittimamente taciute dal governo molte cose, ragioni di sicurezza e di Stato, ne siamo consapevoli. O stavolta il tacere esprime il non avere niente da dire? L’unica parola pubblica chiara in questi giorni è stata detta dall’ambasciatore Massolo, capo dei servizi, che aveva posto un punto fermo: Calcagno e Pollicardo erano vivi. Una cosa vera, diceva la verità. Lo sono! Ma l’Italia non c’entra. C’entra la strana benevolenza, forse indotta dalla paura, di una brigata metà governativa metà jihadista. Quei volti che ci commuovono nel profondo, ci spingono a dare dei giudizi con la speranza di essere smentiti non con filotti da biliardo della retorica ma con fatti concreti.Noi in Libia non ci siamo. Non siamo presenti proprio. Le notizie sono state negate all’opinione pubblica non per rispettabilissime ragioni di sicurezza, ma per evitare il paragone devastante tra quanto espresso con solennità davanti agli italiani dal premier e le smentite paurose della realtà. La scarsa autorevolezza dell’Italia non è dovuta solo allo stile da liceale in gita del premier, ma alla tranquillizzante e trionfalistica dichiarazione di Matteo Renzi che (informato da chi?) disse il 22 febbraio dell’anno scorso a In mezz’ora: «L’Italia ha un servizio di intelligence che non è come la Cia ma in Libia siamo i numeri uno. Siamo molto addentro. Noi conosciamo come stanno le cose in Libia, voglio dare un segnale di tranquillità all’Italia. Conosciamo come stanno le cose e siamo in grado di intervenire».

In grado di intervenire? Molto addentro? Sappiamo come stanno le cose? Con quelle perentorie affermazioni Renzi intendeva giustificare la leadership di un qualsivoglia intervento politico, diplomatico, militare in Libia.Renzi non ha mai reso i conti di queste fanfaronate. Forse per questo all’Italia è stata riconosciuta una leadership sull’intervento in Tripolitania e Cirenaica solo a parole, poiché su quel terreno siamo imbattibili, ma nessuno si fida ad affidare la sorte dei propri uomini a chi non ha neppure lontanamente idea di quel di cui sta parlando. Oggi le cose stanno così: c’è un’assoluta carenza nell’analisi della situazione in Libia, ciascuno Stato si è fatta la sua in base al proprio particulare e organizza le sue truppe come gli pare. Manca una leadership autorevole dovrebbe toccare a noi! – che sia in grado di mettere in fila, in un ordine logico ed efficace, le energie dei Paesi che vogliono sradicare il terrorismo e dare stabilità alla Libia. E ciascuno batte colpi con i suoi mortali non nell’acqua, ma sulla carne viva di colpevoli o innocenti, ostaggi o sequestratori, non importa, dove colgo colgo, moltiplicando il caos, seminando ferite e piaghe, invece di estirpare il male assoluto. Il tutto accade «nel cortile di casa nostra», per usare un’espressione cara agli americani.Gli americani il 19 febbraio scorso, avvertendo prima le autorità italiane, non si sa se trovando obiezioni o consenso, bombardarono la zona di Sabratha. Obama si complimentò con Mattarella per l’assenso dato e per la disponibilità a fornire basi per ulteriori azioni. Risultato? Trenta jihadisti uccisi. E quattro ostaggi morti. Tra loro, ovvio, nessun americano… C’erano sei sequestrati a Sabratha. Quattro ammazzati, due dagli americani, due fatti fuori per avventatezza dai para-governativi libici, due vivi. Oltre ai nostri poveri Salvatore Failla e Fausto Piano vanno messi nel conto due diplomatici serbi, Jovica Stepic e Sladjana Stankovic, rapiti nello scorso novembre. Se i servizi italiani sapevano e dunque era al corrente il governo di questo rischio, com’è che hanno dato il permesso agli americani di bombardare il nostro cortile?

Più probabile nulla sapessero. Ci fosse stato un Craxi, un Cossiga o un Berlusconi non sarebbe andata così, non ci avrebbero bombardato in cortile. Oggi non serve che gli italiani aggiungano le loro azioni avventurose e senza elementi di analisi a quelle di francesi, inglesi e americani. Occorre che il governo Italia abbia la forza di dare un alt ai presunti alleati, e li metta in fila, esercitando il comando che tutti sulla carta le assegnano. Per cominciare una guerra seria e non suicida.

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