TARANTO, UNA VERGOGNA CHIAMATA ITALIA

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Quello che vedete è un fiume d’acqua piovana tinta di rosso dai residui ferrosi dell’Ilva a Taranto nei pressi del siderurgico più grande e maledetto d’Europa. La parola “assassini” è quella che si sente dire ai tarantini che da sessant’anni sono costretti a vivere con le deiezioni industriali di una fabbrica monstre, nata male in uno dei luoghi paesaggisticamente più belli del Mediterraneo, due mari, spiagge caraibiche, una storia civile antica come quella greca, e condotta ancora peggio, tra migliaia di morti bianche per incidenti sul lavoro e innumerevoli morti nere per cancro. L’intossicazione dell’aria è a livelli vergognosi nei giorni di vento, tanto da trasformare l’azzurro puro del cielo di Puglia, tra i più belli dello Stivale per via dell’aria secca, in un cielo padano. Non è questa la parità che il Sud vuole con il Nord. Ora, le piogge abbondanti portano alla ribalta quest’altra vergogna, passata sotto silenzio dai media nazionale o riportata solo nelle notizie locali.

L’Italia se ne fotte dei suoi fratelle meridionali, ancor di più se operai che muoiono per sfamare la famiglia o bambini che s’ammalano di cancro in quantità spaventose, destinati a morire qui più che altrove, la fabbrica della morte non si risana e non si fanno manco gli ospedali oncologici: “Che volete, non solo vi facciamo lavorare nel deserto occupazionale del Sud e volete anche la salute?”.

A che serve rifare la nota storia della fabbrica di Stato affidata a una famiglia del Nord, i Riva, che ne ha tratto profitti a miliardi di euro e non ha investito un centesimo per la messa in sicurezza degli impianti? A che serve parlare delle complicità politiche, anche da parte di sindacati e sinistra operaia, che hanno taciuto in nome della salvezza dei posti di lavoro mentre altrove, per esempio a Genova, l’Ilva si risanava a dovere? A che serve denunciare la gestione commissariale governativa seguita alla cacciata per via giudiziaria dei Riva, che ha promesso un miliardo e mezzo per la messa in sicurezza ambientale e poi se ne è fottuta? A che serve parlare della cattiva volontà della nuova società italo-indiana, in cui la Marcegaglia fa la sua parte, in trattativa per rilevarla ponendo condizioni ancor peggiori ai dipendenti e alla città? I tarantini lottano e s’oppongono in mille modi a questa vergogna, ma lo stato gira la faccia e finge di non vedere.

Un città, quella di Taranto fondata dagli spartani, abitata da filosofi archimedici e pitagorici, con Siracusa e Crotone capitale della Magna Grecia, ridotta a scarico di rifiuti industriali da una nazione che fa del proprio Sud il cesso delle sue vergogne, sfruttandola e diffamandola, come un protettore fa di una donna schiavizzata.

Una città che seppe resistere alla potenza di Roma e poi da questa conquistata, si seppe vendicare in due tempi. Il primo duemila anni fa quando, distrutta dai romani, i trentamila tarantini deportati a Roma la conquistarono con la cultura greca e i riti dionisiaci, detti baccanali dai romani, poi chiamati della taranta, e la seconda volta oggi, con il suo Primo maggio, andato in scena nella stessa Taranto per anni, surclassando ed oscurando per qualità musicale e partecipazione di pubblico lo stesso evento romano organizzato dai sindacati nazionali. Una taranta che, a latere nel contiguo Salento, con il suo ritmo irresistibile ha fatto della sua notte l’evento musicale più grande del pianeta.

Una città di oltre duecentomila abitanti di tanta antica civiltà non può essere lasciata nelle mani indegne di questa nazione dai diritti differenziati, dove un cittadino del Sud ha diritti economici e civili pari alla metà di uno dei suoi “fratelli” del Nord. Taranto lavori per la sua terza riconquista liberandosi del mostro omerico che la divora da più di mezzo secolo.

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