E’ stato “omicidio” L’orrore sessuale, la violenza degenerata, la mattanza: così le tre bestie nigeriane hanno massacrato Pamela

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Per la procura il caso di Pamela Mastropietro è chiuso: un nigeriano (Oseghale) accusato di omicidio volontario, gli altri due di concorso in omicidio e tutti e tre rinchiusi nel carcere di Montacuto.
Una orribile mattanza che non si riserva nemmeno alle bestie. È toccato a lei, Pamela Mastropietro, bellissima nei suoi lunghi capelli biondi, gli occhi sgranati alla vita e il cuore fragile, 18 anni con un futuro vicino ancora tutto da raddrizzare ma pieno di sogni. Quel maledetto giorno non sapeva di andare incontro, di lì a poco, alla sua orrenda fine, mentre trascinava quelle due valigie, una rossa e l’ altra blu, verso la casa della carneficina. La sua. La ragazza romana, pellicciotto smanicato grigio e pantaloni attillati bordeaux (gli stessi ritrovati dai Ris chiusi in un sacchetto nell’ armadio del pusher nigeriano ora accusato nuovamente di omicidio e vilipendio e occultamento di cadavere) quel 29 gennaio era appena fuggita dalla comunità Pars di Corridonia a Macerata, dove soggiornava dal 18 ottobre per problemi di tossicodipendenza. Con sé non aveva né soldi, né cellulare. Verso l’ una del pomeriggio, mentre percorreva la strada che va verso il paese, ha incontrato un italiano, F.M., al quale ha chiesto un passaggio in auto. I due hanno trascorso la notte insieme, a casa di lui. Si dice sesso in cambio di soldi per acquistare la droga. La stessa che Pamela, nella sua ritrovata fragilità, cercava ancora. L’ uomo l’ ha lasciata alla stazione di Piediripa, qualcuno li ha visti insieme nella sala d’ attesa.

In alto, in un angolo, c’ è una telecamera che si scoprirà essere finta. In queste ore Pamela è stata vista da un teste chiave: un tassista peruviano che racconterà ai carabinieri di aver fatto salire la ragazza sul suo taxi alla stazione di Macerata e di averla lasciata intorno alle 9.50 ai giardini Diaz, un luogo solitamente frequentato da spacciatori. Lo stesso posto dove tempo prima era stato arrestato per spaccio il nigeriano Innocent Oseghale. «Vengo da Roma, ho litigato con il mio ragazzo».
Ha raccontato.

Le telecamere – Verso le 11 gli occhi di Pamela incontrano di nuovo quelli del tassista in una farmacia, dove l’ uomo era andato per caso per acquistare dei farmaci per i figli. Pamela invece per comprare una siringa. Le telecamere la riprendono, il tassista la vede incamminarsi con un giovane di colore (il tassista riconoscerà il volto di Oseghale) ed entrare al civico 124 di via Spalato, la casa dove troverà la più atroce delle morti. Da questo momento inizia il vuoto, ricostruito tassello dopo tassello dai carabinieri di Macerata, in un raccapricciante puzzle rimasto in parte incompleto. Pamela sale con quello straniero, il portone di vetro del condominio si chiude. In quell’ appartamento, dove i vicini riferiscono un continuo via vai di persone nigeriane, c’ è un fiocco rosa appeso alla porta, è della figlia di Oseghale, appena nata e costretta insieme alla madre ad andarsene. Pamela entra. E qui il macabro racconto passa ai medici legali, le letture su un corpo che quasi non si può descrivere per lo scempio subìto. In quella casa, lo diranno più tardi le celle telefoniche, c’ era il 29enne Innocent Oseghale, insieme ai connazionali nigeriani e Desmond Lucky, 22 anni, e Awelima Lucky, 27enne, fermato venerdì pomeriggio alla stazione di Milano mentre tentava – secondo gli inquirenti – di fuggire in Svizzera. Sono tutti all’ interno di quell’ appartamento. Pamela forse ha un rapporto sessuale con Oseghale, ha un foro in un polso, un foro da siringa.
Ma lei odiava le siringhe. Il segno della droga iniettata. Sono le ultime sue ore. Secondo le versioni contrastanti rese dai tre arrestati, la ragazza sarebbe morta per overdose.
Tutto ancora da accertare, ci si aggrappa all’ esito degli esami tossicologici sul suo cadavere martoriato, ancora in corso. Nel frattempo il gip del tribunale di Macerata, nel dubbio della causa del decesso della 18enne, aveva eliminato tra i capi di accusa a carico di Oseghale quello dell’ omicidio. Fino a venerdì, Desmond Lucky era invece indagato a piede libero per aver ceduto la dose a Pamela. Era certo, invece, lo strazio perpetrato su di lei. Secondo il medico legale Mariano Cingolani, che pochi giorni fa ha eseguito la seconda autopsia, Pamela è stata colpita alla tempia e all’ addome mentre era ancora viva. Dall’ esame autoptico sono emersi altri agghiaccianti particolari: il suo corpo è stato smembrato in vari pezzi, mutilato in più punti: testa, torace, seno, bacino, pube, vagina, riducendo in due parti gambe e braccia. Alcuni pezzi, come il collo e parte degli organi genitali, sono spariti. Il suo corpo è stato depezzato, scarnificato, sezionato di parti di derma e muscolature, da mani considerate esperte. Tutto questo, secondo la procura, per cancellare le tracce e far sparire il cadavere. Un’ operazione da chirurgo (o chirurghi) dell’ orrore. Un lavoro lungo, che non poteva essere stato fatto da un uomo solo. Oseghale ha avuto la lucidità di uscire fuori casa per andare ad acquistare 10 bottiglie di candeggina. Per cancellare le tracce.
Quel che restava della ragazza è stato infilato nelle due valigie, ritrovate il 31 gennaio nella vicina campagna di Pollenza. Nella casa sono state rinvenute tracce di sangue, gli abiti di Pamela. Il proprietario del contratto d’ affitto, Oseghale, è finito in carcere, ma con l’ accusa di vilipendio e occultamento di cadavere.

Tracce dai telefonini – Venerdì la svolta nelle indagini, arrivata grazie all’ incrocio dei dati sui telefoni degli indagati. Per la procura Desmond e Awelima, erano in quella casa. Anche se loro negano tutto. Awelima, che si trova in Italia come richiedente asilo (era già stato denunciato per immigrazione clandestina perché sbarcato al porto di Augusta nell’ ottobre 2016 e da oltre un anno vive in un hotel a Montecassiano), dice di non aver mai conosciuto Pamela e di non essere entrato in quella casa. Ma i tabulatii lo inchiodano. Sono entrambi in stato di fermo, con l’ accusa di concorso in omicidio volontario, vilipendio, distruzione, soppressione e occultamento del cadavere. Per la procura, nell’ attesa degli esami tossicologici, «il caso è (quasi) chiuso».

di Simona Pletto

Libero

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