Dopo 32 mesi in cella per traffico armi e terrorismo ex deputato di Forza Italia si candida all’Estero (da autonomo)

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Il messinese Massimo Romagnoli fu campione di preferenze nel 2006, nel 2014 il clamoroso arresto in Montenegro eseguito da agenti della Dea e la prigione negli Usa. Condannato a quattro anni riesce a far riaprire il suo caso e a dimostrare che non era lui a tirare le fila del giro d’armi da 16 milioni di dollari dirette in Colombia. Ha scritto un libro. E si è tolto qualche sassolino dalla scarpa chiamando in causa Renzi, Orlando e la Farnesina

Coming back, a volte tornano. Tra le candidature sorprendenti della tornata elettorale 2018 spicca senz’altro quella dell’ex deputato messinese Massimo Romagnoli, circoscrizione estero, che agli elettori italiani si ripropone con quello slogan: “Coming back”. In effetti Romagnoli, imprenditore e politico, torna da molto lontano: dal carcere di Manhattan. Torna e si candida dopo 32 mesi di detenzione per traffico di armi e terrorismo internazionale. Niente meno. Fece scalpore l’arresto in Montenegro nel dicembre 2014, così come la condanna a 48 mesi nel 2016: un ex onorevole blindato dagli agenti della Dea con l’accusa d’aver tentato una vendita d’armi alle Farc, la guerriglia colombiana, per colpire elicotteri e uccidere soldati statunitensi. Una volta scontata la sua pena, Romagnoli è tornato uomo libero e a metà febbraio presso laCamera dei Deputati ha presentato il suo libro: “Un innocente in trappola”. L’accusa di voluntary ignorance, cioè negligenza colpevole, viene infatti smontata in appello dopo la riapertura del caso e l’8 settembre 2017 il giudice concede a Romagnoli l’immediata scarcerazione. “Sono vittima di un complotto”, ripete oggi ricostruendo l’intricata vicenda che lo ha portato dietro le sbarre.

Il libro, edito da Male Edizioni, fornisce dettagli per i quali, al di là dell’esito giudiziario della vicenda, rimane arduo stabilire se Romagnoli ci è o ci fa, se il campione di preferenze del 2006 (8.546, primo della Lista di Forza Italia) che si ripresenta oggi alle elezioni dopo il giro in gattabuia è un innocente perseguitatoper quel che chiama “candore”. Oppure se viceversa sia finito nei guai – tra guerriglieri marxisti e trafficanti d’armi, agenti sotto copertura e aule di tribunale – per proprie responsabilità. Il protagonista del libro rivendica di non avere nulla a che fare con quei brutti ceffi romeni che lo avrebbero tirato al centro della tela con l’inganno prospettandogli un affare da 16 milioni di euro. Si chiede: “Cosa c’entro io, parlamentare italiano anticomunista, con un passato e un futuro di lobbista aziendale legalizzato, con il destino di una paladina dei diritti umani sequestrata dalle Farc?”. Parla ovviamente di Ingrid Betancourt che per sei anni fu nelle mani dei guerriglieri.

La risposta, e forse la chiave della storia e del personaggio controverso, è scritta in tre righe a pagina 38 dell’autobiografia. Laddove Romagnoli mette nero su bianco che il 26 ottobre 2014 “io, Flaviu Georgescu e Cristian Vintila ci incontrammo a Roma, nella sala dei presidenti della Camera dei Deputati”. Problema: quei due sarebbero poi i trafficanti d’armi contro i quali si scaglia per tutto il libro e saranno effettivamente condannati a dieci anni di carcere. E che ci facevano in Parlamento? Com’è che un ex deputato li ha invitati nel cuore delle istituzioni italiane? Nel libro Romagnoli racconta che stavano tentando, con lui testimone ancorché passivo, di ottenere certificazioni per l’export attraverso una triangolazione con l’Etiopia, aggirando così leggi e accordi internazionali. Tutto normale?

Pare di sì perché nel “diario dall’inferno” di Romagnoli la scaltrezza del “lobbista aziendale legalizzato” lascia spesso il posto a quella dello sprovveduto che non capisce, che non si rende conto di quanto avviene intorno a lui. Racconta ad esempio di quando l’agente della Dea lo arresta e lui sobbalza: “Farc? Dico in tono stralunato pensando a una parolaccia. Replico che sono pazzi. Che non so neppure cosa sia”. Un agente prova a scalfire così il “candore”: “Ma come, sei un membro del parlamento italiano e non sai cosa sono le Farc?”. Lui giura di no, insiste con la storia dello sprovveduto animato delle migliori intenzioni. Il suo curriculum all’epoca però già raccontava altro. Si legge, ad esempio, che nel 2011 era “amministratore delegato della Progressouk Ltd, azienda specializzata in consulenze internazionali nel campo dell’aviazione militare e tramite la stessa, fino al 2014, gestisce i rapporti commerciali nei Balcani per conto della multinazionale Alenia Aermacchi North America”.

Raccontato di queste ambiguità di fondo della storia c’è il presente e il futuro del ri-candidato Romagnoli. Che i voti del suo Movimento per libertà saranno una nuova dote per Forza Italia è dubbio, lui nega ogni apparentamento. “Certo, ho cercato Berlusconi più volte ma non ho avuto il piacere di una risposta”, dice. E poi giù fiele contro i giudici che lo hanno perseguitato. Il punto è che Berlusconi, in fondo, non gli serve neppure più. Romagnoli è già un eroe per quella Patria senza terra su cui camminano 4 milioni di connazionali residenti all’estero.

C’è infatti una storia nella storia che in realtà promette al ricandidato di fare ancora il pieno di voti. Una volta arrestato all’estero, e il libro ben lo racconta, il cittadino Romagnoli s’è ritrovato solo. Neppure i servizi diplomatici al fianco che avrebbero dovuto assicurargli un traduttore e un avvocato. “Non capisco come il Ministero degli Esteri non sia subito intervenuto per difendere a tutto campo i diritti civili e umani di un cittadino italiano perseguitato ingiustamente e arrestato fuori dall’Italia senza alcuna tutela giuridica”. L’assistenza è un punto dolenteper tutti gli italiani all’estero. Nonostante gli sforzi profusi dal Maeci, tagli al personale (non diplomatico), chiusure di uffici consolari e sedi estere non hanno giovato alla capacità di risposta della Farnesina, come molte storie di disservizio e abbandono hanno dimostrato negli ultimi anni. Non a caso nel suo programma Romagnoli propone di “nominare in ogni comune italiano un consigliere responsabile dei propri cittadini all’estero”.

Il candidato si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa: nel suo linro ricorda le interrogazioni dei senatori Luigi Manconi (Pd) eAldo di Biagio (Pdl) sul suo caso, soprattutto il fatto che furono presentate il 4 febbraio 2015 “ma il governo Renzi non diede alcun seguito”. Non solo. “Il ministro della Giustizia Orlandorispose quasi un anno dopo, il 16 novembre 2016, quando ormai ero stato estradato in America”. Ecco, coming back: da qui riparte la campagna dell’ex deputato-carcerato.

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