Il pomodoro di Pachino schiacciato dai trattati Ue. Gli agricoltori: “Raccoglierlo non conviene. La politica ci prende per i fondelli”

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‘Oro rosso’, è così che chiamano il pomodoro di Pachino. Un tesoro conosciuto e apprezzato in tutto il mondo che però vale molto meno dell’oro. Anzi poco o niente, ormai. Così nel suo comune di origine, all’estremo sud della Sicilia, il pomodoro rimane nelle serre. Negli ultimi mesi il prezzo di mercato è sceso vertiginosamente a causa delle massicce importazioni dai paesi esteri. E a Pachino gli agricoltori rinunciano a raccoglierlo perché non conviene, lo lasciano sulle piante. “Produrre un chilo di pomodoro mi costa un euro, tra l’acquisto della piantina e i costi della plastica, dei gancetti, delle tasse, degli operai che devono raccoglierlo e poi trasportarlo – racconta a ilfattoquotidiano.it Sebastiano Cinnirella, imprenditore agricolo -, adesso il ciliegino si vende a 50-60 centesimi al kg, a 30 il pomodoro da insalata. Non vale la pena raccoglierlo”. L’azienda di Sebastiano è un’azienda senza marchio Igp che da anni affronta le stesse problematiche, ma negli ultimi tempi la situazione sembra precipitare. “Se lavoriamo così per un altro mese, non prendo nemmeno i soldi della plastica – aggiunge – e tutti quelli che ho speso sono a perdere”. Lo schiaffo per gli imprenditori agricoli di Pachino si materializza in un piccolo supermercato locale, dove al prezzo di 1 euro e 39 centesimi al kg è in vendita il pomodoro ‘datterino’ importato dal Camerun. “La distribuzione dovrebbe agevolarci a vendere il prodotto, ma nello stesso tempo è quella che ci danneggia – racconta Paolo Cavallaro, un altro agricoltore –, perché non possiamo competere con questi prezzi”. E puntano il dito contro i trattati siglati dall’Unione Europea con i paesi del Nord Africa, a partire da quello del 1996 con il Marocco, che prevedono “misure di liberalizzazione reciproche per i prodotti agricoli” e “per i prodotti agricoli trasformati”. Ma i produttori stranieri hanno costi di produzione più bassi, e per i concorrenti siciliani è impossibile competere. “Le prime avvisaglie della crisi partono da quegli accordi”, commenta l’agricoltore Aldo Beninato. Che racconta di aver incontrato cinque ministri in questi anni: “Ma abbiamo ricevuto solo promesse e prese per i fondelli”. Quella di Aldo è un’attività che dura da generazioni, la coltivazione delle terre ereditate dal nonno. Parte delle sue serre sono andate distrutte durante la nevicata del 2014, e mentre ancora attende che la Regione Sicilia possa erogargli i soldi per costruire nuovi impianti, non smette di arare i campi. “Il ministro Maurizio Martina (Politiche agricole alimentari e forestali nei governi Renzi e Gentiloni, ndr) si era impegnato per la vendita alla grande distribuzione, promettendo per questa un percorso di filiera – racconta amaro Aldo -, tutto questo non c’è stato, siamo abbandonati a noi stessi”. Il ministero, rispondendo all’interrogazione di alcuni deputati siciliani del Pd, aveva confermato che si sarebbero “attivati presso la Commissione europea per richiedere un intervento in merito al livello dei prezzi di ritiro applicabili per taluni prodotti ortofrutticoli, tra i quali le diverse tipologie di pomodoro”. “Questa è la mia terra, questo il mio lavoro – spiega ancora uno sconsolato Sebastiano – se mi dicono che devo chiudere mi metterò con un piattino davanti all’entrata della chiesa”. E insieme a lui potrebbero essere in tanti, tra giovani e vecchi agricoltori, a smettere di coltivare l’oro rosso di Sicilia   di Saul Caia e Francesco Midolo

Il Fatto Quotidiamo.

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