Manchester United, Mourinho show: 12 minuti di autodifesa

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Dodici minuti non-stop. Un monologo, quello di José Mourinho. Anzi, uno show. Il re della comunicazione si è giocato il suo pezzo forte tre giorni dopo la sorprendente eliminazione del Manchester United dalla Champions League: è stato attaccato dai media, ha sfoderato il meglio del proprio repertorio per una sensazionale e passionale auto-difesa.

Sono vivo e sono qui“. È cominciata così la sua conferenza stampa. “Sono contento di quello che ho visto nei miei giocatori dopo la partita: sono felice che erano tristi, frustrati. Sono felice che siamo esattamente della stessa idea (“nella stessa pagina”, letteralmente), perché non abbiamo molti giorni per essere tristi. Sono felice che i giocatori siano ‘tornati’ esattamente come me”.

Il monologo, in realtà, inizia poco dopo. Mourinho si concentra sul concetto di “eredità calcistica” con un paragone tra il suo United e il City: “In sette anni, con 4 diversi allenatori, una volta non ci siamo qualificati per l’Europa, due volte siamo usciti ai gironi e al massimo siamo arrivati ai quarti. In Premier l’ultima vittoria risale al 2012-13 e nelle successive quattro stagioni, siamo finiti, settimi, quarti, quindi e sesti. Ecco cos’è l’eredità calcistica”. Provano a fermarlo: “José, queste statistiche…”. Ma lui va avanti.

“Sono statistiche reali. Negli ultimi sette anni il peggior piazzamento del Manchester City è stato il quarto posto. E ha vinto il campionato due volte, diciamo anche tre. Sapete cos’è l’eredità? Che Otamendi, De Bruyne, Fernandinho, David Silva, Sterling, Aguero, sono investimenti del passato, non degli ultimi due anni. Del passato”. Cioè precedenti a Guardiola, che se li è ritrovati. “Il prossimo allenatore del Manchester United troverà qui Lukaku, Matic, De Gea, con una mentalità e con uno status diversi. Per qualche motivo ai quarti c’è sempre il Barcellona, sempre il Real Madrid, sempre il Bayern, sempre la Juve. A volte trovi club come la mia Inter o il Monaco l’anno scorso

Potevo essere in un altro paese con il campionato in tasca, quei tipi di campionati dove vinci prima di cominciare. Ma sono qui e sarò qui. Non scappo via, non sparisco, non piango. Quando avevo 20 anni, non ero nessuno, a 55 sono quello che sono per il mio lavoro, il mio talento, la mia mentalità. Capisco che per molti, molti, molti, molti, molti anni è stato molto molto difficile per le persone a cui non piaccio.

 

‘Eccolo ancora, ha vinto di nuovo, eccolo ancora, ha vinto di nuovo’. Da dieci mesi non vinco trofei, ho battuto Liverpool e Chelsea, poi ho perso col Siviglia. E questo è il loro momento per essere felici. Va bene. Io ho imparato dalla mia formazione religiosa che bisogna essere felici anche della felicità dei tuoi nemici. Sono un ragazzo fortunato e sono davvero felice di essere quello che sono”.

 

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