Serra e classisti di tutto il mondo, unitevi!

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Il contenuto di una delle ultime “Amache” di Michele Serra, che dalle pagine di Repubblica ha espresso il suo parere sull’ennesimo caso di bullismo nelle scuole italiane chiamando in causa la differenza di consapevolezza, educazione e cultura fra le diverse classi sociali dello Stivale ha suscitato aspre polemiche, culminate nell’accusa di classismo rivoltagli sia dai lettori che dai colleghi, come Luca Telese.

Frasi come “il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza” o “il populismo è prima di tutto un’operazione consolatoria, perché evita di prendere coscienza della subalternità sociale e della debolezza culturale dei ceti popolari” servono a esprimere, in effetti, concetti difficilmente equivocabili e che partono dall’assunto secondo il quale, ancora oggi, la rigida strutturazione gerarchica di strati della popolazione è uno degli strumenti più efficaci per analizzare i fenomeni di violenza, fisica e verbale, presenti nelle scuole così come nella società.

In altre parole, dimmi a quale classe sociale appartieni e ti dirò chi sei.

Prima di avventurarci in critiche al solitamente ottimo Serra, seguendo così l’abbrivio offertoci in questi giorni dall’indignatissimo popolo del web, sarebbe opportuno porsi delle domande, chiedendosi, anzitutto, quante volte, di fronte a uno sfoggio di maleducazione e aggressività da parte di uno sconosciuto ci siamo chiesti da dove costui (o costei) provenisse, facendo quasi sempre riferimento, nella nostra mente, a un contesto socio-culturale infimo.

“Parlare come uno scaricatore di porto” è soltanto uno dei modi di dire entrati nell’uso comune che tradiscono il generale pregiudizio nei confronti di chi non occupa i posti più alti della scala sociale.

E allora perché ci turbiamo tanto di fronte a un’espressione tanto sfacciata quanto — tutto sommato e forse in maniera superficiale e, dunque, inconsapevole — suggerita dal parlare e sentire comune?

Quello che ci fa male, in realtà, è la provenienza della critica, che viene da uno dei maggiori esponenti di quell’intellighenzia progressista il cui obiettivo politico deve, o doveva, essere quello di tutelare, anche per mezzo delle parole, le classi sociali più deboli, e non quello di denigrarle, etichettandole, alzando muri, stabilendo confini sempre più netti e invalicabili.

Nella risposta alle critiche apparsa sull’odierna edizione di Repubblica, Serra difende a spada tratta la sua denuncia, affermando, in estrema sintesi, che prendere atto di un fenomeno di diseguaglianza sociale non significa fare del classismo, bensì suonare un campanello d’allarme forse sgradevole, ma necessario.

Esiste, dunque, da una parte —ne conveniamo — un’ipocrisia di fondo, che risiede nel non riconoscere che il pensiero di Serra sia fondamentalmente condiviso da coloro che sentono come una minaccia tutto ciò che è lontano, diverso, sconosciuto, anche dal punto di vista del ceto sociale.

D’altro canto, tuttavia, non si può fare a meno di notare che un tale modus pensandi può essere applicato tanto da parte delle classi più elevate verso quelle agli ultimi posti della graduatoria quanto da chi un posto in società ce l’ha già – a prescindere dall’estrazione – nei confronti di chi nella stessa società sta provando a farsi spazio, come gli ex detenuti o gli immigrati.

È un gioco molto pericoloso quello di puntare il dito contro chi viene percepito come indegno poiché meno colto, meno educato, meno “di buona famiglia”, perché così facendo si rischia di costruire barriere sempre più alte in una società che, al contrario, dovrebbe venirsi incontro, parlarsi, collaborare per superare un momento di crisi, economica e relazionale, nell’ambito del quale sarebbe opportuno provare a comunicare, anziché guardarsi con diffidenza, dall’alto in basso, accusandosi di non essere gli uni all’altezza degli altri.

Anche perché, molto spesso, correi, se non colpevoli, dei comportamenti degli accusati sono proprio gli accusatori.

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