Se il Me Too diventa il peggior nemico delle donne

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Quando penso al Me Too, mi torna in mente un seminario a cui ho assistito qualche mese fa proprio sul tema della violenza sulle donne. L’arringa iniziale di una delle curatrici fu:

«Le donne, a parità di condizioni, raggiungono più velocemente la laurea rispetto agli uomini, quindi potremmo dire che sono più intelligenti».

Nessuna ironia, nessun sorriso di circostanza. Solo tanta verità, la sua contestabile verità.
E questo è stato forse l’esempio più didascalico di come, partendo da una posizione di ragione, si possa cascare inesorabilmente nel torto. Da quel momento ho capito che c’è qualcosa di sbagliato nel clima culturale in cui stiamo vivendo. E una delle forme di questa deriva è rappresentata proprio dal Me Too.

Cos’è il Me Too?

Sono solo due parole ma usate da migliaia di donne in tutto il mondo per indicare il movimento che denuncia le molestie sessuali, nato sulla scia dello sudicio scandalo Weinstein. Un movimento divenuto ben presto la valvola di confessione di tante che, almeno una volta nella vita, sono state vittime di violenze sessuali e hanno poi deciso di uscire alla luce del sole. Da qui l’uso dell’ormai celebre hashtag, lanciato per la prima volta dall’attivista Tarana Burke.

Un’iniziativa lodevole, che agli albori prometteva di portare un’ondata di civiltà nei nostri paesi e di mettere fine una volta e per tutte a certi malcostumi, nella sostanza e non solo nella forma.

Ma nel contesto virale e ultra-mediatico sappiamo che la degenerazione è sempre dietro l’angolo e i buoni propositi si sono trasformati presto in sentenze preventive, in gogne mediatiche della piazza virtuale, in accuse approssimative (famoso in Italia, è il caso del regista Fausto Brizzi con l’ex Miss Italia Clarissa Marchese che ha ritrattato le prime accuse) per una caccia alle streghe formato Twitter che contribuisce al depauperamento della sfera pubblica odierna.

Me Too

Un’onda di fango che ci ha colpiti in pieno che nella risacca lascia già i primi residui.
Uno di questi è il caso dell’attore Jo-Min ki. L’uomo accusato di abusi sessuali da parte di otto ragazze, trovato suicida nel suo appartamento qualche settimana dopo.
Sulla base delle accuse (da lui respinte) egli aveva: perso la cattedra di recitazione nella scuola per cui lavorava; costretto a lasciare un lavoro in una televisione coreana; l’agenzia che ne curava gli interessi aveva rescisso unilateralmente il contratto.

L’uomo si è ammazzato, spinto da una coscienza sporca diventata indelebile o forse ha preferito farla finita dopo aver ricevuto una fiumana di accuse ingiuste. In ogni caso, si parla di una vergogna ingombrante con cui, da colpevole o da innocente, è difficile dividere il letto. La verità su questa storia? Non si sa. Ciononostante, il mondo aveva già deciso la sua piena colpevolezza, prim’ancora dell’accertamento di un tribunale.

Situazioni del genere si sono verificate spesso negli ultimi tempi (con esiti certamente meno drammatici) a tanti personaggi pubblici che hanno visto la loro vita rivoltarsi dall’oggi al domani sotto il sussurro di un’accusa, anche quando questi l’hanno rigettata prontamente (come nel caso di Ed Westwick, attore di Gossip Girl) o sono stati addirittura assolti dalla stessa in un secondo momento (è il caso del professore della British of Columbia University citato dalla scrittrice Margaret Atwood nel suo editoriale).

Da qui partono alcune, doverose, riflessioni, perché è chiaro che da qualche parte stiamo sbagliando:

Viviamo in un mondo di contraddizioni, diventato sulla superficie puritano ma che nel laido sottosuolo nasconde le peggiori nefandezze. È facile rendersene conto, oggi è sempre più difficile dire qualcosa di scomodo che si discosti dalla morale comune, una morale di pura facciata che sta tipizzando – cercando una declinazione cognitiva alla teoria di Shutz – non solo la nostra comunicazione, ma anche il pensiero pubblicamente espresso. Ma appunto parliamo di una morale rarefatta: le ingiustizie, le discriminazioni, le oppressioni continuano a proliferare, sono solo meglio nascoste. E questo crea risentimento, sopito e inespresso, da parte di alcune categorie, che cercano riscatto sfruttando canali poco ortodossi e che nella loro evoluzione si trovano a pisciare molto lontano dal vaso. Da questo crogiolo nascono dei veri e propri mostri, come Il movimento Me Too, che è solo l’ultimo di questa fabbrica del controsenso. Un singhiozzo di matrice femminista (che sì, come tutti gli estremismi si può non usare una declinazione negativa) che rischia di ritorcersi proprio contro la categoria che giura di difendere: le donne.

Perché il Me Too pretende di ergersi a giudice, giuria e boia degli accusati, sfruttando l’humus del politically correct in cui spazia l’opinione pubblica odierna, tenendo fede alla sua chiara ispirazione ieratica che punta a saltare il parapetto della legalità (un apparato che per la prima volta vede erodere i suoi pilastri dalle fondamenta).

La sua denuncia si è tramutata, quindi, subito in uno spettacolo, da un modo per riparare ai torti subiti di una categoria a un mezzo per dare pan per focaccia a un nemico comune: gli uomini. E preda di questo livore riduce nello stesso calderone un infinità di casi: avances insistite, molestie e violenze vere e proprie. Temi e accuse dal peso molto diverso in sede legale ma che, ad oggi – e qui sta il paradosso – hanno le stesse, medesime, conseguenze per gli accusati.

Me Too

E quindi si sprofonda nel teatro dell’assurdo, perché oggi si parla di diritti delle donne, ma spesso di dimenticano – come dice lucidamente scrittrice Margareth Atwood – quelli comuni a tutti. Uno di questi sarebbe il diritto ad avere un processo equo evitando un vilipendio preventivo degli uomini accusati. Perché si, esistono uomini molto simili a demoni, così come esistono donne di tale guisa che potrebbero approfittare di questa situazione. E non può un’arma costruita a egida delle donne diventare uno strumento di offesa da usare contro chicchessia, che sia esso uno stalker, uno stupratore o uno che ci ha scartato al provino.

Me Too che vede già smarrire i suoi valori guida, preda del suo stesso slancio collerico. L’orizzonte che si profila è quello del colpo di coda, che potrebbe screditare anche le denunce legittime e diventare la scusa per ripristinare lo status quo e ogni malcostume, ritornando coerentemente alla logica che il tappeto deve essere pulito, mentre sotto vengono nascoste le peggiori brutture.

Un occasione quindi che si preannuncia persa, perché è innegabile che tutt’oggi, in quella che noi amiamo definire la società più egualitaria e paritaria mai esistita, le donne affoghino in una melma sociale intrisa di maschilismo (recente è stata l’indagine del Guardian sul divario retributivo) accollandosi tutto il corollario di discriminazioni che ne derivano. Problemi concreti, come quelli degli abusi denunciati dal Me Too, ma da affrontare nelle sedi opportune e non con la solita e ipocrita caciara via web.

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