L’Italia è una repubblica fondata sulla depressione da (dis)occupazione

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Secondo i dati Istat, la disoccupazione starebbe diminuendo ma rimane ancora alto il tasso di disoccupati in Italia. Molti di questi entrano a far parte del numero di soggetti affetti da depressione. Quelli che sembrano pagare lo scotto più alto sono i giovani e gli over 40. Il 30% dei giovani soffre di depressione legata alla mancanza di lavoro o all’impiego in lavori precari e sottopagati. Forte deve essere la riflessione che ne consegue. Un giovane viene mantenuto dalla famiglia dalla maggiore età ai 30 anni circa, con la speranza di laurearsi e formarsi in maniera adeguata in modo da poter trovare poi il lavoro desiderato, mantenersi e ripagare i genitori dei sacrifici sostenuti per la sua educazione. Il ciclo di studi termina e i curricula vengono spediti. Tanti «Le faremo sapere» , forse qualche chiamata per contratti a progetto o di formazione o a rinnovo mensile, ma di certo sottopagati. Il giovane accetta per iniziare un percorso, ma senza certezze, carico di ansia e frustrazione per poi rimanere, dopo x mesi, di nuovo disoccupato e senza speranze.

È la realtà lavorativa che toglie le speranze a chi per la propria gioventù dovrebbe averne di più. Giornate vuote, di solitudine, di noia e apatia ma soprattutto momenti che sviluppano nel soggetto sentimenti di frustrazione, impotenza, inutilità e fallimento che conducono a una depressione che, se scoperta, viene curata farmacologicamente ma non alla radice. Ai giovani non servono psicofarmaci, ma lavoro e sogni per cui lottare davvero. Nel peggiore dei casi, come le nostre cronache dicono, l’epilogo è il suicidio.

Peggiore è la sorte che tocca agli over 40. Sempre più imprese chiudono i battenti poichè schiacciate dalla tassazione fiscale e uccise dalla crisi economica che affligge il nostro Paese da anni. Come un moribondo che barcolla cercando di non cadere, l’azienda prova a salvarsi e, riuscendoci, inizia a tagliare i posti di lavoro al fine di far quadrare i bilanci ma a rimetterci sono impeigati che quell’azienda l’hanno vista nascere e a cui hanno regalato gli anni migliori in forze e capacità. Molti, con famiglie e figli a carico e nell’età peggiore, si trovano improvvisamente senza lavoro. A risentirne sono la componente umana che sperimenta fallimento, ansia, frustrazione, incertezza e umiliazione e la componente sociale, poiché la perdita di lavoro esclude dalla società e colloca nel gruppo dei «poveri» che lotta per arrivare alla fine del mese. La vita cambia completamente, lo stile di vita si inclina, le giornate ed il tempo perdono di pregnanza, il ruolo di uomo come marito e padre si inibisce. Si conoscono la delusione e la spersonalizzazione. Frequente è l’arrivo della depressione, unita al consumo di alcool e allo sviluppo di diversi tipi di dipendenze per assopire, o meglio, storidire il senso di vuoto e di nullità. Anche in questo caso, l’epilogo è difficilmente diverso: l’inchiostro dei nostri quotidiani parla di uomini, di padri che si tolgono la vita per aver perso il loro lavoro ed essere rimasti disoccupati.

Il sentirsi produttivi e utili, l’avere un ruolo sociale e una posizione credibile nella propria famiglia, lo sperimentare quanto si può fare grazie alle proprie capacità sono componenti fondamentali nella vita di ognuno di noi. La parola “disoccupazione” oggi fa paura e toglie forza e speranze. Ad occuparsi di questa emergenza devono essere le istituzioni, sono loro che dovono far tornare l’Italia «una repubblica fondata sul lavoro». Questo dilagante fenomeno di depressione legata alla disoccupazione deve essere risolto in luoghi diversi dalle farmacie o dai cimiteri.

Bisogna ridare la speranza ai giovani e il giusto ruolo agli uomini e donne del nostro paese.

E quando il lavoro c’è, le condizioni dovrebbero essere delle migliori. È sempre più frequente, invece, che nei luoghi di lavoro dilaghi lo spettro della depressione da dipendente, o meglio, di un soggetto che si trova come imprigionato, spesso a causa di necessità economiche, in un lavoro che non lo soddisfa.
Questo fenomeno è, in diverse occasioni, riconosciuto dai datori di lavoro ma rimane inascoltato nonostante le molte conseguenze negative riscontrate nella produttività: infatti, è spesso causa di assenteismo, di calo della produttività e, in alcuni casi sempre meno sporadici, di abbandono.

Quali sono i fattori scatenanti?

Alla base di tutto vi è lo stress che, etimologicamente, deriva dal termine pressare. I datori di lavoro, infatti, tendono a chiedere sempre più durante gli stessi turni di lavoro e sempre maggiore qualità senza una vera formazione. In aggiunta, in aumento costante sono le macchine ad alta tecnologia cosicché il lavoratore si trova a dover lavorare in condizioni di forte pressione, magari, senza poter parlare della proprio status psicologico e, quindi, in uno stato di isolamento. Si troverà costretto a portare fuori dall’ambiente di lavoro questo problema fino ad arrivare al limite e alla rottura completa, definita burnout.

A corrodersi sono le condizioni fisiche oltre che psicologiche, ne risentono l’apparato cardio-respiratorio, l’apparato gastrico; frequenti i problemi legati alla pressione, la tachicardia, la respirazione affannosa, le gastriti e l’aumento di peso. Si regolarizza il consumo di pasti rapidi e calorici in modo da poter tornare subito a lavoro e produrre, produrre e ancora produrre. Si diffondono casi di tabagismo e, purtroppo, l’uso di alcool. La cosa più pericolosa che persiste è il silenzio, accompagnato dall’emarginazione che vive chi sente l’oppressione di un lavoro ormai solo meccanico e spersonalizzante.

La Japan Medical Association nel 2008 ha lanciato un progetto volto ad esaminare le condizioni di salute dei medici ospedalieri. Lo studio è stato condotto su un totale di 10.000 lavoratori, selezionati casualmente dall’associazione giapponese. I partecipanti sono stati invitati a compilare un questionario per la raccolta dei dati demografici e a completare la versione giapponese della scala Quick Inventory of Depressive Symptomatology (QIDS-SR-16). Dai risultati è emerso che il 53% degli intervistati non ha consultato altri colleghi omettendo le proprie condizioni di salute mentale, il 46% ha avuto meno di 4 giorni di vacanza in un mese, il 41% ha dormito meno di 6 ore. La ricerca, inoltre, ha individuato i sintomi più diffusi della depressione causata dal lavoro: il 6% dei partecipanti ha pensato di suicidarsi più volte durante la settimana, il 9% ha mostrato mancanza di interesse e il 6% ha percepito una mancanza di energia. Secondo la QIDS-SR-16, l’8,7% degli intervistati presentava una depressione moderata e l’1,9% soffriva di una grave depressione (Hosaka, 2012).

Fondamentale, in questi casi, è chiedere aiuto ma soprattutto essere ascoltati dai datori di lavoro così come da colleghi o superiori. Creare sportelli di ascolto all’interno delle aziende ed avere in loco psicoterapeuti potrebbe essere salvifico al fine di comprendere la strada da intraprendere e se risulti necessario l’intervento psichiatrico e farmacologico.

Il problema, peró, va risolto a monte: sono i vertici a dover essere sensibilizzati all’evenienza. Bisogna che si torni a considerare i dipendenti come essere umani e non come macchine e che, soprattutto, si dia voce alle loro esigenze e ai loro bisogni. L’empatia e l’ascolto porterebbero benefici doppi sia all’azienda che al lavoratore.

Un lavoratore sereno è un lavoratore produttivo.

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