Liberato, la storia di un brand chiamato Napoli

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Numeri impressionanti per il concerto del misterioso cantante, svoltosi il 9 maggio sul lungomare partenopeo e sponsorizzato da un noto marchio di abbigliamento. Quella di Liberato è la storia di una incredibile operazione di marketing che dimostra come, giocando sugli stereotipi, il brand Napoli sia capace di vendere come nessun altro.

Il 9 maggio si è svolto a Napoli un evento che a guardarlo con occhi distanti e lucidi ha qualcosa di surreale: parliamo del concerto di Liberato sul lungomare, che secondo alcune fonti ha portato sugli scogli della città partenopea circa 20mila persone.

Chi è Liberato? Nessuno.

Già, perché Liberato in un certo senso non esiste. Da quando la sua carriera è iniziata l’anno scorso, proprio con l’uscita del video della canzone “Nove Maggio” la figura di Liberato è avvolta dal mistero; nei video si presenta di spalle, con una divisa d’ordinanza: bomber con la scritta Liberato sulla schiena. Una firma e un simbolo, il disegno di una rosa.

Fiore con cui, secondo la filosofia dietro la sua storia, omaggia l’attaccamento e l’amore per la sua città: Napoli.

La musica e i testi si inseriscono nel nuovo filone della Trap, molto in voga nell’ultimo periodo, ma in salsa partenopea. Perché Liberato non rappresenta una innovazione, al contrario, a tutti gli effetti, si fa portatore di un immaginario legato a un contesto di valori propri di una Napoli creata da tutti i suoi più vecchi cliché, partorendone quella utopia preconfezionata a cui i napoletani e gli stranieri sembrano essere tanto affezionati.

Il fenomeno Liberato trova particolare interesse proprio in questo tipo di analisi.

Mercoledì si è assistito a una grande riunione di persone desiderose di conoscere l’identità di un fantasma, o anche solo di testimoniare la propria presenza ad un evento di massa, migliaia le foto e i video condivisi sui social: “Liberato” è stato per molte ore uno dei principali trend su Instagram e Twitter.

Ma questo evento, d’altro canto, si può considerare una colossale “trollata” ai danni del pubblico: Liberato non si è fatto vedere, sul palco sono salite sei persone, tutte con la stessa divisa – felpa e cappuccio, nonostante la temperatura estiva. Impossibile distinguere i volti, la voce notevolmente contraffatta, probabilmente in playback.

Ma poco importa: a essere celebrata non era la musica o l’estro di un artista, ma un’idea. Poco importa che essa sia solo il frutto dell’ennesima operazione commerciale che cerca di guadagnare sulle solite parole chiave: sole, mare, Napoli e sentimento.

Si parla di operazione di marketing perché come tale va considerata.

Liberato nasce improvvisamente attraverso i video del regista Francesco Lettieri, video di buona qualità, con un’ottima fotografia, che ricorda quella della fiction Gomorra, e un curato lavoro di regia.

I primi video si fanno strada su Youtube e la canzone “Nove Maggio” diventa un tormentone, nonostante il testo sia di una pochezza disarmante e un misto di richiamo alla tradizione:

Nove e maggio me lassat so rimasto sott’a botta impressiunato

Liberato si diffonde, tutti si chiedono chi sia la persona sotto il cappuccio, parte il toto-nomi, esce una seconda canzone “Tu t’e scurdato e me”, con un testo che ricorda le atmosfere da film di Nino D’Angelo: la storia di un ragazzo della periferia che vive una relazione con una ragazza dei quartieri alti. Un identico storytelling si perpetua anche in altri video e continua con le canzoni uscite a maggio del 2018.

La somiglianza con le atmosfere e le storie del “caschetto d’oro” viene confermata in un post su Facebook dallo stesso D’Angelo.

D’Angelo, però, cambia idea.

E dopo aver parlato in questi termini ora rilascia dichiarazioni in cui afferma che Liberato è una perfetta strategia di marketing, e successivamente incorona il rapper come suo erede.

La differenza che sorprende è che se nei primi anni ’80 Nino D’Angelo e i suoi film erano bollati come trash e osteggiati dalle persone che non appartenevano a certo target, oggi Liberato, nonostante si presenti con testi dal sapore palesemente neomelodico e con un contenuto di livello pari alle migliori opere di Gigione, è invece osannato come fenomeno culturale e voce di popolo da un campione di persone di età che va dagli adolescenti ai 40enni e di tutte le estrazioni sociali.

Questo perché da tempo si assiste a operazioni di marketing e comunicazione legate a una visione di Napoli fatta appunto di tutte quelle cose che Liberato racconta nelle sue canzoni.

La maschera di Liberato è l’emblema della Napoli rinchiusa nel ritratto del golfo, con il mare, il sole e quella napoletanità spolpata a ogni livello.

Lo stesso sindaco de Magistris, uno degli artefici del rilancio del brand Napoli, si è affrettato a dichiarare che sarebbe stato presente al concerto di Liberato: lui, difensore della napoletanità nel mondo, sarebbe mai potuto mancare?

Liberato spinge forte su Napoli, così come è già avvenuto con le precedenti campagne pubblicitarie delle aziende di moda, che hanno usato una Napoli scolpita nella memoria collettiva per fare breccia nel cuore dei napoletani e all’estero.

Perché Liberato non è un prodotto made in Naples e c’è chi ipotizza che sia un’operazione che nasce negli ambienti discografici milanesi.
Stupisce infatti che un artista semisconosciuto, dopo un solo video, fosse intervistato dalla rivista Rolling Stones.

Dall’intervista emerge la figura che incarna alla perfezione la parodia del solito napoletano ignorante, con riferimenti al Napoli Calcio e a Maradona, e con una buona dose di spavalderia. Insomma, la solita minestra è servita.

Dopo un anno, il 9 giugno Liberato sarà a Milano per un altro “concerto” sponsorizzato da Converse: non parliamo dunque di una piccola realtà campana, ma della dimostrazione evidente di come sia semplice, con un po’ di luoghi comuni, entrare nel cuore dei napoletani e rivendere un modello “aria di Napoli” al di fuori della Campania.

Liberato è questo: un prodotto rassicurante, stereotipato, portatore di una napoletanità che avremmo voluto vedere cancellata ma che invece in questi anni media, marketer e anche purtroppo le istituzioni hanno utilizzato e utilizzano tutt’ora per i propri scopi. Quella napoletanità contro cui, nell’era del post-terremoto, Troisi nel cinema e tanti artisti nella musica si battevano cercando nuove strade per dimostrare che Napoli non era solo una vecchia cartolina sbiadita del tempo che fu.

Essere contro questa visione non vuol dire essere contro Napoli, ma essere contro questa Napoli.

Triste sarebbe davvero se alla fine del circo si scoprisse che in verità Liberato non è altro che un’idea di qualcuno che parla lombardo, nata a tavolino in qualche ufficio dei salotti buoni, a dimostrazione che per far felice il napoletano e lucrarci sopra basta davvero poco: il sole, il mare e il mandolino.

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