Se la polizia difende il fascismo, l’antifascismo deve difendersi da solo

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Il fascismo è tornato, è un dato di fatto, o forse non è mai scomparso: alla luce di quanto avvenuto a Napoli, a Bologna e a Piacenza nei giorni scorsi l’altro dato di fatto è lo schieramento dello Stato a tutela delle frange di estrema destra come Casa Pound e Forza Nuova.

Le forze dell’ordine hanno impedito agli antifascisti di manifestare contro la ribalta del fascismo. Inutile specificare che le forze dell’ordine eseguono comandi provenienti dai vertici istituzionali, e con una (minima) percentuale di libero arbitrio hanno per l’ennesima volta seppellito i valori antifascisti costituzionali, reprimendo i movimenti di protesta e ritagliando spazio elettorale a movimenti xenofobi e razzisti.

Ora, dinanzi tali episodi d’apologia fascista, ci si aspetterebbe una reazione della sinistra istituzionale; e invece no. Da un lato presunti partiti di sinistra hanno espresso in via del tutto teorica la contrarietà ad ideali fascisti, ma nessuna risposta pratica è giunta da essi, se non le solite frasi di circostanza da campagna elettorale che si esauriscono nell’arco di un comizio o di un talk show e che mirano, più che alla creazione di una società giusta, alla creazione di equilibri politici per assicurarsi qualche voto in cabina elettorale e qualche amico in Parlamento.

Dall’altro lato ci sono gli artefici della riluttanza, coloro la cui vista è annebbiata tanto da non scorgere il verosimile pericolo di un ritorno del fascismo, addirittura negarne l’esistenza: c’è chi nega perché non vede e chi nega per non vedere o peggio, per celare.

Gli unici moti artefici della Resistenza antifascista provengono dalla vera (ed unica) Sinistra al momento riscontrabile, ovvero gli antifascisti non incanalati in nessun percorso politico; moti popolari d’indignazione costretti a difendere da soli i propri ideali in uno Stato che, paradosso dei paradossi, tutela l’illegalità e minaccia la legalità.

A Napoli (il più recente episodio di repressione del diritto di protesta) la miccia del conflitto sociale è stata innescata non solo dalla condiscendenza delle istituzioni nello spalancare le porte della campagna elettorale a Casa Pound (la stessa Casa Pound nota per l’inclinazione alla violenza, quella che eufemisticamente sostituisce la parola “ventennio” a “fascismo” nei discorsi pubblici) ma addirittura arrestando i moti popolari antifascisti con 20 fermi e 2 manifestanti feriti. Antonio De Iesu, Questore di Napoli, commenta l’accaduto definendo «un gruppo di manigoldi» i manifestanti e parla di «aggressività per colpire le forze dell’ordine».

Evidentemente il concetto di aggressività squadrista è finito nell’oblio della memoria storica assieme alle rappresaglie fasciste, che probabilmente dal dopoguerra in poi sono sempre rimaste attive nel substrato sociale e che ora stanno riemergendo con tutta la legittimità e la benedizione istituzionale.

Definirsi “fascista” non è più motivo di vergogna e tale sdoganamento linguistico è sintomo di concessione di spazi razzisti, xenofobi e violenti nella società tipica di una dittatura ma non di uno Stato sociale.

Il cadavere della democrazia si è visto anche nei fatti di Bologna e di Piacenza: non tanto negli scontri tra classi, non tanto negli scontri idealisti tra chi è dietro e chi avanti le barricate (che ormai sono un filo rosso dal’68 in poi). No. Il cadavere della democrazia ha mostrato tutto il suo pallore quando sono stati utilizzati idranti sui manifestanti antifascisti (per la prima volta dopo 30 anni) per proteggere il comizio di Roberto Fiore: un terrorista nero, un eversivo, capo della Terza Posizione, denunciato per violenza 240 volte ed ora a capo di Forza Nuova, un movimento di estrema destra.

Il bilancio è di 2 operai arrestati a Piacenza (Giorgio e Mustafà), 20 fermi, alcuni manifestanti e poliziotti feriti, un braccio di ferro tra fascisti e antifascisti e lo Stato che nei fatti legittima il fascismo con una Costituzione antifascista.

Un mondo alla rovescia in cui un ex Presidente del Consiglio, il plurindagato Berlusconi, in un’intervista a “Che tempo che fa” afferma: «Il fascismo è morto e sepolto. Mi preoccupano gli antifascisti». Un mondo alla rovescia in cui i partiti di sinistra non fanno opposizione ed anzi non aderiscono alla manifestazione antifascista e antirazzista di Macerata, che non si esprimono circa i concerti anti-ebrei dei naziskin, che sono complici, che giustificano il fascismo e non sanno vedere altro che violenza nell’antifascismo, una sconfitta morale per la Sinistra istituzionale. Ma di quali valori vogliamo parlare?

Spesso i media e la stampa filtrano l’immagine dell’antifascismo in base a ciò che la gente impaurita e poco informata spera di sentirsi dire. L’antifascismo non è un movimento organizzato a tavolino, non è costituito solo da centri sociali o da ragazzi perditempo in cerca di riscatto, non è un gruppo di terroristi anonimi. L’antifascismo è una linea guida, un sentimento spontaneo che pulsa nel cuore di chi desidera vivere in una società dignitosa, nel rispetto delle diversità di sesso, colore, idee, nell’uguaglianza di diritti a prescindere dal proprio conto in banca; in una società libera dagli schiavismi lavorativi, dalle ingiustizie sociali, libera di arginare coloro che istigano all’odio e al razzismo, libera di conoscere e informare in maniera imparziale, ma anche libera di alzare la voce dinanzi alle ingiustizie. Racchiudere l’antifascismo in una definizione è restrittivo, nessuna definizione ne esaurisce l’ambito.

In questi casi, dinanzi alla realtà, ciascuno sa qual è la cosa giusta da fare, ciascuno deve ascoltare la propria interiorità e decidere se continuare a lamentarsi delle ingiustizie sociali, se vivere nell’omertà o se, finalmente, agire e pensare assumendosi il carico di responsabilità che ciò comporta. Gramsci ribadirebbe: «Odio gli indifferenti».

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