Dialogo Stato-Mafia: omertà e indifferenza complici della corruzione

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Il rapporto tra politica e mafia è certamente uno degli aspetti più controversi del nostro Paese. Nonostante il tema in questione abbia un’innegabile rilevanza in ambito sociale e politico, finora non sembra sia stato adeguatamente affrontato in tutte le sue implicazioni. Difatti i criteri utilizzati per designare i rapporti tra politica e mafia sono spesso generici: a rimanere in secondo piano sono problemi di fondo che riguardano la configurazione dei rapporti nello scenario politico-istituzionale italiano, come ad esempio la corruzione.

Innanzitutto è necessario chiedersi se la mafia abbia una strategia politica o se intrecciando rapporti con soggetti del mondo politico si limiti a stringere alleanze di comodo. Cosa nostra, ad esempio, l’organizzazione mafiosa più influente in Sicilia, ricorre ad elaborate strategie politiche intaccando in maniera radicale il governo del territorio tramite il possesso di grandi risorse finanziarie e disponendo, inoltre, di un forte esercito clandestino.

Inoltre la mafia risulta avere un ruolo per nulla marginale all’interno della stessa pianificazione istituzionale, prendendo parte attiva al controllo della vita politica. La formazione delle rappresentanze all’interno delle istituzioni avviene di solito grazie al pilotaggio meticoloso delle campagne elettorali, il controllo del voto o anche attraverso la partecipazione diretta di membri delle organizzazioni mafiose alle competizioni elettorali.

La corruzione nell’ambito dell’amministrazione pubblica è sventuratamente un’antica piaga del nostro Paese che corrode il rapporto tra istituzioni e cittadini. Ma solo negli anni Novanta un’ondata di inchieste giudiziarie rivelò quanto ampio e radicato fosse il fenomeno, tanto da far parlare di Tangentopoli, per la moltitudine di denunce e di condanne di uomini politici, finanziamenti illeciti ai partiti o compravendita di incarichi pubblici.

Purtroppo, come ben dimostrano gli avvenimenti dell’ultimo periodo, la corruzione è tuttora un fenomeno dilagante nel nostro Paese, divenendo causa di una diffusa malapolitica. “Il degrado etico della politica è la dimostrazione che abbiamo lasciato campo libero a troppi disonesti e avventurieri. La politica si è ridotta in ad un gioco di potere, a spartizione di interessi“. Sono le parole di Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera. “E – ha aggiunto Ciotti – fateci caso: nel periodo di campagna elettorale nessuno ha parlato di mafie e di corruzione. Evidentemente sono argomenti che non attirano consenso, sui quali è difficile imbastire le mirabolanti promesse che sentiamo ogni giorno“.

È proprio la misteriosa scomparsa della lotta alla mafia dagli ultimi programmi elettorali che dovrebbe portare ad una profonda riflessione: siamo in un’epoca in cui la scala dei valori è stata sovvertita, un momento storico in cui l’auto blu fa scandalo e passano invece inosservati sindaci arrestati per mafia ed appalti pubblici inquinati che ledono interi territori da nord a sud della penisola.

In questo scenario pregiudizievole i migranti sono tutti potenziali delinquenti e i mafiosi sembrano essere addirittura idolatrati. La politica dal canto suo ha scelto di conformarsi all’andazzo: occorre prendere atto della palese insufficienza della lotta alle mafie e di un pauroso vuoto di proposte sia della destra, che riduce la questione mafiosa a problemi di ordine pubblico, sia della sinistra che brancola nel buio e si affida a provvedimenti marginali per salvare la faccia.

Insomma, qual è il reale motivo per il quale il tema della lotta alla mafia è stato rimosso o appena citato nei programmi elettorali? La risposta sembra ovvia: i voti di Cosa nostra, ‘Ndrangheta e Camorra fanno comodo a tutti i partiti. Probabilmente si pensa che intaccare il processo evolutivo della criminalità organizzata possa avere delle decisive conseguenze elettorali. Eppure chi fa politica non può non fare i conti con questa realtà. Siamo in un paese in cui sono insediate da più di 100 anni mafie molto forti che hanno stabilito il proprio potere in numerose zone della penisola.

Gli ultimi casi di cronaca ci riportano agli avvenimenti di Napoli, dove è stata aperta un’inchiesta per voti di scambio, corruzione e traffico di rifiuti che vedrebbe coinvolte almeno 10 persone, tra cui alcuni esponenti politici del centrodestra. L’ipotesi di reato più grave è quella di corruzione aggravata dall’articolo 7, cioè l’aver agevolato un clan. Da accertare se il versamento di centinaia di migliaia di euro sia effettivamente avvenuto o sia rimasto una promessa. Insomma, è evidente come la corruzione e il clientelismorappresentino il punto di incontro tra mafie, politica e pubblica amministrazione.

Clientelismo e affarismo rendono gli apparati territoriali dello Stato pronti ad essere infiltrati e piegati ai voleri dei clan. Nasce dunque la necessità di dare inizio ad una profonda lotta alla corruzione che presenta un duplice significato: dare nuova vita al ceto politico e nel contempo spezzare i suoi legami con le organizzazioni criminali di tipo mafioso. La rottura di questo legame è l’unica via per sconfiggere definitivamente la criminalità organizzata. Nonostante il Parlamento italiano abbia adottato differenti provvedimenti in merito a ciò – come la legge n.221 del 1991, che prevede lo scioglimento degli enti locali infiltrati dai clan – essi, per ovvie ragioni, non sembrano eliminare il problema.

Ed è proprio dalla mancata risoluzione del problema che hanno origine differenti correnti di pensiero: c’è chi sostiene che la lotta alla criminalità organizzata debba prevedere un’implicita lotta all’omertà, al silenzio di chi sa e tace; e chi, invece, ritiene che porre l’argomento al centro della discussione pubblica non faccia altro che alimentarel’avversario. Ma siamo proprio sicuri che quest’ultima linea di pensiero non sia il risultato di una paura di fondo, del terrore di chi guarda e preferisce rimanerne fuori? È pur vero che però, in numerosi casi, l’argomento “mafia” viene trattato in maniera non del tutto idonea, dando addirittura l’impressione di volerne esaltare gli usi.

Allora come combattere adeguatamente la criminalità organizzata e i suoi interventi in ambito politico-amministrativo? Oggi, a fronte di una conclamata insufficienza degli strumenti di lotta, in seguito alla militarizzazone delle strade che lede il concetto di vivibilità, non resta che l’impegno di poche associazioni come Libera, che ogni 21 marzo promuove una manifestazione in commemorazione di tutte le vittime innocenti di mafia e propone come impegni concreti la legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l’impegno contro la corruzione e le attività antiusura.

Insomma, ad oggi i mezzi per distruggere un apparato organizzativo così fitto e permeato all’interno della nostra società sembrano essere davvero miseri o non adeguatamente utilizzati. La mafia è un sistema che muove interessi economici, è una realtà parassitaria, “borghese”. La verità è che la politica sembra nutrirsi del male che dice di combattere, se ne serve e ne accresce le risorse. Politica e mafia risultano essere così due facce della stessa medaglia: quella della corruzione.

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