La peste del linguaggio secondo Ben Marcus: L’alfabeto di fuoco

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L’alfabeto di fuoco di Ben Marcus, tradotto da Gioia Guerzoni e pubblicato da Black Coffee, sarà presentato il 12 maggio al Salone del Libro di Torino.

Ben Marcus, per molti, è ancora classificabile come uno “scrittore per scrittori”, alla Markson, alla Gass, alla Gaddis (alla Gadda?). Safran Foer lo ha definito uno scrittore necessario e altri elogi sono arrivati da Michael Chabon e Tom McCarthy. Ha pubblicato un paio di libri capaci di sfiancare più di uno studente di letteratura (tra cui The Age of Wire & String, pubblicato in Italia da Alet e passato abbastanza inosservato) e si è scagliato, con pieno diritto, contro un saggio di Jonathan Franzen nel quale l’autore delle Correzioni squalificava la prosa difficile. Nel saggio di risposta di Marcus, sottotitolato sarcasticamente “a correction”,  l’autore difendeva la prosa “impegnativa” e, in fondo, il diritto a una sensibilità diversa. Dave Eggers avrebbe poi scritto, nella sua introduzione ad una ristampa di Infinite Jest nel 2006, di come probabilmente la maggior parte dei lettori siano capaci e abbiano voglia di leggere stili diversi per diverse occasioni, un Jonathan Franzen la mattina e un William Gaddis la sera.

L’alfabeto di fuoco è uscito negli Stati Uniti sei anni fa, in un periodo in cui, sembrava, gli editori americani erano propensi a pubblicare “romanzi difficili scritti da autori di cultura ebraica”. Nel 2010 infatti, due anni prima che uscisse il libro di Ben Marcus, due mastodontici libri avevano fatto la loro comparsa in libreria: Witz di Joshua Cohen e The Instructions di Adam Levin. Una coincidenza che non sfuggì a Cohen, il quale cominciò una recensione al libro di Levin scrivendo: «Chi può recensire meglio un libro ebraico di 1000 pagine uscito in autunno di un autore di un libro ebraico di 800 pagine uscito in primavera?».

L’alfabeto di fuoco è sicuramente un libro meno pretenzioso degli altri due, ma non per questo meno ambizioso: Marcus inserisce un tema antico come la Bibbia (un rapporto doloroso tra padre e prole già si può notare nella vicenda di Abramo e Isacco) in una prospettiva distopica. La causa scatenante della situazione apocalittica è decisamente lontana dal tipico disaster movieè il linguaggio diventato tossico. Per quanto possa sembrare insolita, l’idea non è nuova: è già, almeno, nel libro di William Burroughs, Il biglietto che esplose (e a un lettore italiano può ricordare “la peste del linguaggio” di calviniana memoria). Del resto, Ben Marcus non sembra volere in alcun modo occultare i suoi debiti: il capitolo 35 è una sorta di dialogo tra citazioni sul tema del linguaggio.

Forse perché questo non è il punto del romanzo. Ne L’alfabeto di fuocodi Ben Marcus la tossicità del linguaggio è più che altro un espediente per generare una situazione di conflitto che sia irrisolvibile in parte anche a causa della relativa impossibilità di comunicare. Qualcosa che, forse inappropriatamente, ricorda Kafka e in particolare il celebre racconto La metamorfosi.

Uno dei problemi pratici con cui Gregor Samsa si deve confrontare è proprio l’impossibilità di stabilire un contatto verbale:

«“Se almeno ci comprendesse,” ripeté il padre, e chiudendo gli occhi dimostrò di accettare l’opinione della sorella sull’impossibilità di questa ipotesi “allora forse sarebbe possibile un’intesa. Ma così…”».

Mentre però nel racconto di Kafka la perdita del linguaggio porta ad una disumanizzazione non solo fisica, il narratore di Ben Marcus sembra più andare verso una post-umanità nella quale Sam, sopprimendo il proprio desiderio di espressione («the craven desire to speak, to write, to be heard»), può contentarsi del silenzio.

Un altro aspetto accomuna il racconto di Kafka a L’alfabeto di fuoco ed è che, in entrambi i testi, il figlio causa la rovina della famiglia (un altro testo che ripete questo schema è Pastorale americana di Philip Roth). Nel caso dei Samsa, questo avviene quando i clienti cominciano a rifiutare di alloggiare nella casa della famiglia; nel caso di Esther e dei suoi genitori, in maniera più diretta, attraverso la tossicità del linguaggio, di cui i bambini sono i portatori sani.

La ricchezza del libro di Ben Marcus sta anche nel fatto che, oltre a funzionare di per sé, L’alfabeto di fuoco è pieno di suggestioni che difficilmente non fanno pensare al mondo reale. Questa significanza è ancora più forte, a parere di chi scrive, nel 2018 che nel 2012, anno di pubblicazione del libro negli Stati Uniti. In questi tempi di post-truth e fake news, la storia dei LeBov sembra più attuale che mai (e, in un certo senso, una riflessione sul linguaggio come arma – chimica o meno – pare di estrema attualità). Inoltre, la recente questione degli attacchi di bullismo contro i professori non fa che ricordarci quanto lo scontro tra generazioni abbia perso la sua aura romantica per degenerare in qualcosa di grottesco e, ci si perdoni il termine orribile, ageista. È vero, ci stiamo allontanando molto dall’opera di Marcus, che è perfettamente in grado di essere presa per quello che è: un mondo a sé stante, una narrazione disperata e commovente su persone che staccandosi dal linguaggio si staccano anche dalla propria umanità. Magari questa lettura rivela qualcosa di più del lettore che del testo, se certi capitoli de L’alfabeto di fuoco, presi da soli, sembrano riferirsi alla nostra realtà non meno che a quella di Sam, Esther e Claire.

Il capitolo 31, per esempio, nel quale viene descritta la paura di vedere i propri ricordi sostituiti o corrotti da immagini televisive, un timore che, per quanto assurdo possa sembrare, è meno confinato alla finzione letteraria di quanto non si pensi. Oppure la sessualità rappresentata nel capitolo 32, non molto diversa da quella distaccata e insoddisfacente che molte persone hanno modo di sperimentare durante la propria esistenza; in fuga dalla solitudine eppure impauriti dal contatto, alla ricerca dell’espressione eppure terrorizzati di venire veramente compresi, spinti verso la condivisione ma intimiditi dall’intimità. I personaggi di Ben Marcus sono costretti a rimanere impassibili, a controllare la propria faccia, evitando di baciarsi, dritti verso l’obiettivo senza distrazioni, con “precisione legale”.

Il capitolo 6, se letto singolarmente, è un ritratto spietato di molte relazioni genitoriali. La cosa che crea quasi un senso di vergogna nel lettore è che probabilmente è stato un ragazzino come Esther e verosimilmente diventerà (se non lo è già) un genitore come Sam. Questa deprimente ironia è riflessa, del resto, anche dal modo in cui la tossicità linguistica agisce nel corso del romanzo: è vero che il bambino è l’unico immune ai suoi effetti, ma il bambino è pur sempre “condannato” a diventare adulto e quindi a perdere tale immunità; e l’adolescente è situato esattamente a metà tra le due fasi, nella posizione più scomoda.

Forse queste sono le allucinazioni di un recensore troppo preoccupato dalla realtà, ma il fatto che il testo di Ben Marcus sia stato in grado di evocarle dovrebbe essere comunque un sintomo inequivocabile della ricchezza potenziale de L’alfabeto di fuoco. Ora, grazie al lavoro che Black Coffee sta facendo da più di un anno nel campo della letteratura angloamericana, questo libro pieno di tristezza, tenerezza e (forse) suggestioni sociali è disponibile anche in italiano.

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