«Le motovedette libiche donate dall’Italia ci hanno sparato»

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Riccardo Gatti, capitano della Proactiva Open Arms, ha rilasciato un’intervista a Sky TG 24 oggi in cui ha voluto rispondere alle affermazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conterilasciate al Fatto Quotidiano: il premier ha affermato che “è inaccettabile che una Ong incolpi il governo italiano per le morti in mare”.

Riccardo Gatti: il capitano di Proactiva Open Arms risponde a Conte

“Ero a bordo quando le motovedette di Tripoli, donate dall’Italia, con equipaggi allenati e istruiti anche dall’Italia, ci hanno sparato, sequestrato, con l’accusa di essere trafficanti o con azioni di pura pirateria in acque internazionali. Sono anni che vediamo un’involuzione, dei passi indietro nel salvataggio in mare per delle scelte politiche che vengono anche dall’Italia”, ha detto Gatti non specificando però quando sia accaduto il fatto degli spari.

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Il comandante della ONG Riccardo Gatti spiega perchè non si fida di approdare in un porto italiano ⬇️

“Si sta cercando – ha proseguito – di passare la responsabilità dei salvataggi alla Libia e si sta facendo passare il discorso che si può riportare in Libia delle persone che scappano dalla Libia. Le fake news non vengono da noi ma da altra parte. Non siamo qui per accusare nessuno, siamo qua per testimoniare quello che sta succedendo, per far sì che il mondo veda quello che sta succedendo e poi porti avanti le sue conclusioni. Noi sappiamo bene quello che succede in mare e spesso e volentieri abbiamo visto che la realtà di quello che succede in mare non è la realtà che viene presentata ai cittadini italiani”. Rispondendo ad una domanda se la Ong avesse rilevato differenze con la gestione del precedente governo, Gatti ha detto: “la differenza più grave è stata quella della pseudo chiusura dei porti, perché se si chiede a livello ufficiale se i porti sono chiusi la risposta è no, però l’autorizzazione per entrare nei porti non arriva e l’autorizzazione al porto di sbarco viene dettata dal ministero degli Interni, questa è la grande differenza”.

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