Ha una casa popolare e altri immobili. Bufera sulla madre della Taverna – Video

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Paola Taverna contro Virginia Raggi. Non è una novità. Stavolta però lo scontro politico si fa scontro amministrativo e finisce a suon di carte bollate, con la senatrice che – per sua stessa ammissione – suggerisce alla madre di agire legalmente contro il Comune di Roma, che vorrebbe sfrattarla all’alloggio popolare che non le spetta più. La vicenda è stata divulgata da Repubblica, con l’articolo «Raggi e la grana dello sfratto alla madre della pasionaria 5S». Nel pezzo si ricostruisce la contesa sulla casa, spiegando che nel 1994 era stata assegnata regolarmente alla madre di Paola Taverna, la quale ci andò a vivere con le due figlie, l’attuale senatrice e la sorella.

Da allora a oggi, però, secondo il Comune, la famiglia Taverna avrebbe perso i requisiti per rimanervi. E, in particolare, si troverebbe in una situazione di “esubero di reddito”, ovvero non più nelle condizioni economiche che avevano consentito l’accesso all’alloggio e al canone agevolato, che in media si aggira intorno ai 100-150 euro al mese. Dai controlli fatti dall’ente e riferiti da Repubblica, la madre di Paola Taverna sarebbe proprietaria di un terzo di una abitazione di sei vani a Olbia e sarebbe stata proprietaria, fino al 2010, di una quota maggioritaria di un fabbricato nella stessa zona della casa Ater. Inoltre, vi sarebbero le proprietà della stessa Taverna, delle quali però nel ricorso presentato dalla madre si dice che non devono essere prese in considerazione, perché la senatrice ha lasciato la casa di famiglia nel 1998.

E qui sta l’intoppo: in realtà, all’anagrafe Paola Taverna risulta residente nella casa popolare fino al 2012. E per questo il Campidoglio ha respinto il ricorso spiegando che «le controdeduzioni, presentate per altro fuori termine legale, non possono essere accolte, perché la legge regionale indica chiaramente che i requisiti devono essere posseduti dal richiedente e da tutti i componenti presenti nell’alloggio». Sentita da Repubblica, perché offrisse la sua versione, Paola Taverna ha fatto riferimento all’età, 80 anni, e alla malattia della madre e ha detto che «secondo me, c’è stato accanimento». Ma di chi? Insomma, buttata là così la frase sembra puntare contro il Campidoglio. Che però dai suoi uffici ribadisce di aver trattato il caso come quelli di tutti gli altri cittadini in condizioni simili.

A “scandalo” ormai montato anche politicamente (FdI ha annunciato una interrogazione al Comune e il Pd ha ricordato alla Taverna che «uno vale uno anche per le case popolari»), Taverna ha corretto il tiro e ha puntato contro Repubblica, “rea” di aver divulgato la vicenda. Ma la vicenda è difficile da sostenere per chi ha fatto del “non guardare in faccia nessuno” una bandiera. Anche quando il nessuno in questione erano persone anziane o bambini disabili, che a Roma sono stati sfrattati numerosi dalle case in cui avevano vissuto per una vita. E allora che fare? Taverna ha scelto di presentarlo come un attacco classista nei suoi confronti. «Mi domando, qual era la notizia che voleva dare oggi Repubblica? Forse voleva dire che la mia famiglia è una famiglia povera? Forse voleva rimarcare il fatto che io non mi sono arricchita con questo lavoro e che i 200mila euro che ho scelto di restituire, avrei potuto utilizzarli per comprare una casa a mia mamma?». Un espediente come un altro per distrarre l’attenzione dagli aspetti cruciali di questa faccenda: il primo capire se quella casa sia occupata illecitamente; il secondo capire se le politiche di sfratto del Campidoglio siano davvero ispirate a un principio di equità sociale o di ottuso rispetto di regole astratte. Secolo d’Italia

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