“Juncker e Mogherini, a mai più rivederci”. Una profezia tutta da godere

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Alessandro Giuli: “Da Juncker alla Mogherini, i politici che non vedremo più”

L’anno che viene si porterà via arnesi vecchi e nuovi di una politica immiseritache non rimpiangeremo. Complici le scadenze elettorali, i regolamenti di conti interni ai partiti o a quel che ne rimane, nonché la sopraggiunta biodegradabilità che colpisce figure incapaci di reggere alla rottura degli antichi schemi operata dal blocco populista al governo. Insomma non mancheranno gli “arrivederci e grazie”, o meglio gli addii alle armi e alle poltrone dorate.

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Cominciamo dalla sinistra istituzionale e no, ché ci viene più facile. Una prece perFederica Mogherini, impercettibile Alto rappresentante della Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, stella spenta del deflagratissimo firmamento renziano che nel 2019 dovrà lasciare il proprio incarico. Trapiantata direttamente dal ministero degli Esteri, fu il bullo di Rignano a volerla lì nel novembre 2014, dopo aver promesso quel posto e chissà quali altri a Massimo D’Alema pur di pacificare le opposizioni interne al Partito democratico. Una scommessa pagata a carissimo prezzo e senza alcuna resa sensibile. Un mistero che ancora oggi grava sulla biografia politica di Renzi, e che impreziosisce invece il curriculum di una Mogherini avviata a prossimi colloqui di lavoro.

Beneficati dalla sorte – Non come lei, ma poco ci manca, un altro oggetto incomprensibile chiamato Maurizio Martina. Pure lui beneficato da Renzi in nome di una logica di rappresentanza per l’ apparato post diessino del Pd, Martina è stato il titolare dell’ Agricoltura durante il governo della rottamazione, poi ha scalato il partito per cooptazione fino a diventarne segretario pro tempore. Di proroga in proroga, ha finito per prenderci gusto e adesso pensa di poter contendere a Nicola Zingaretti le spoglie del corpaccione post renziano. Verrà sconfitto alle primarie, naturalmente, e nessuno verserà lacrime. Anche perché lui per primo sa che nel Pd, in omaggio alle vecchie logiche centralistiche comuniste, non si butta via niente e addirittura è meglio perdere bene che vincere male. Ecco, Martina nel 2019 conta di fare quello che perde benino, diciamo. Finirà in secondo piano, salvo scoprire che non ha mai avuto un autentico accesso al primo. In materia di renziani a corrente alternata, scopriamo poi che l’ attuale sindaco di Firenze, Dario Nardella, sta maledicendo il suo predecessore: con la sua ancora ingombrante e controversa presenza, l’ anno prossimo Matteo rischia di pregiudicargli la rielezione a Palazzo Vecchio. Simul stabunt eccetera eccetera? Per niente rincuorato dal dubbio che la poltrona da primo cittadino di Firenze sarà un giorno l’ appannaggio conclusivo della carriera renziana (un ritorno da esule in Patria), Nardella si macera impaurito dall’ arrembante avanzata dei leghisti nel capoluogo toscano. Non sarebbe la fine del mondo, ma di certo la fine di un mondo.

Sempre in casa goscista, risuona già il valzer delle candele per l’ imminente naufragio della regione Piemonte nel mare grande della riconquista salvinian-berlusconiana (incredibile a dirsi, ma negli enti locali lo schema è ancora questo).

Fra le vittime, un nome e un cognome su tutti: Sergio Chiamparino, il mite e scaltrissimo ex sindaco torinese (viene da Moncalieri, ha cominciato qui come consigliere del Pci) che si è accasato nel ruolo di presidente regionale. L’ anno prossimo dovrà sloggiare e un poco ci mancheranno la sua dissimulata superbia e il suo coltivato sovietismo. Da ultimo, e senz’ altro come ultimo anche in ordine di fama e importanza, conviene citare Antonio Decaro. Dice: chi è Decaro? Il sindaco di Bari, malgrado tutti pensino ancora che in quel ruolo troneggi il suo mentore Michele Emiliano (governatore pugliese, già sindaco a Bari per dieci anni). Antonio D. ha un certo rilievo pubblico in quanto presidente dell’ Anci, l’ associazione che riunisce i rappresentanti dei comuni italiani. Non sarà un lutto sostituirlo dopo le comunali baresi del 2019.

Sognare non costa – Pur sempre a sinistra, ma in questo caso nel dominio dei Cinque stelle, merita una menzione Filippo Nogarin, il sindaco grillino di una Livorno decaduta che rispetto al 2017 ha perduto 20 posizioni nella classifica della qualità della vita all’ interno delle città italiane.

Gravato da inchieste giudiziarie, assalito dal muro della realtà sul quale invariabilmente si sgrugnano il muso gli amministratori pentastellati, Nogarin non ha ancora deciso se ricandidarsi. Intuisce l’ avvicinarsi del capolinea e forse per lui si tratterà di una liberazione.

Il cerchio si chiude ritornando alle rottamazioni continentali. Premesso che non c’è nulla di scontato, ci piace pensare che la primavera del 2019 porterà in donotre pensionati di lusso che rispondono ai nomi di Jean-Claude JunckerValdis Dombrovskis e Pierre Moscovici. Presidente della Commissione, vice presidente e commissario economico: i volti della vecchia Europa morente. Magari fosse… A proposito: speranza per speranza, perché non augurarsi che alla trumurti s’aggiunga il baby pensionato Emmanuel Macron? Sognare non costa niente.

di Alessandro Giuli

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