“Vi spiego come avere figli dopo un tumore”. Parla l’esperta che dà speranza alle donne

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In Italia, ogni anno, 48mila donne (ma anche 300 uomini) si ammalano di cancro al seno e fortunatamente circa il 90 per cento di loro guarisce. La malattia colpisce soprattutto dopo i 50 anni, ma i casi tra le giovani sono in aumento (circa 3mila diagnosi di tumore alla mammella prima dei 40 anni) e con loro anche i problemi collaterali causati dalla cura. Già, chemioterapia uguale, molto spesso, a perdita della fertilità e menopausa precoce. A dare una speranza – anzi meglio, a dare proprio dei figli – alle giovane donne malate di cancro al seno, però, è la dottoressa Lucia Del Mastro, 51 anni, oncologa, direttore dell’ Unità Sviluppo Terapie Innovative al San Martino-Istituto Tumori di Genova. Proprio grazie a un suo studio è stato trovato il metodo per proteggere le ovaie e, finita la cura, poter affrontare la gravidanza. Che belli questi due ragazzini nella foto sulla scrivania.

«I miei figli: la più grande gioia della vita. Carlo Andrea e Margherita sono gemelli e hanno 16 anni».

Ne ha altri?
«No».

Ci pensi bene.
«Ah, ho capito cosa intende. Beh, allora ne ho altri quindici».

I bambini nati finora dalle sue pazienti malate di tumore al seno che grazie a lei hanno mantenuto la fertilità malgrado la chemio.  E hanno portato a termine una gravidanza fino a pochi anni fa insperata.
«Donne forti, coraggiose, motivate. Perché qui non ci occupiamo solo di cancro, ma di persone con il cancro».

Domanda brutale. Ma il tumore si può sconfiggere?
«Certo, si guarisce. Ma è sbagliato generalizzare perché ce ne sono centinaia di tipi e ognuno ha prognosi diversa».

Che percentuali di salvezza hanno le donne con il cancro al seno?
«L’ 87 per cento sopravvive ai cinque anni».
E quelle in giovane età grazie alle sue cure riescono a restare fertili.

Come è possibile?
«Mettendo a riposo le ovaie grazie a un particolare ormone somministrato durante la chemio. Oppure congelando gli ovociti o il tessuto ovarico. Nelle donne molto determinate noi utilizziamo entrambi i metodi contemporaneamente. Fino a qualche anno fa il 25 per cento delle pazienti entrava in menopausa precoce, ora si è scesi al 9 per cento».

Ovviamente parliamo di ragazze giovani.
«Sotto i 40 anni. Ma c’ è anche il caso di una ragazza straniera che ha partorito dopo essere guarita, quando ormai aveva 42 anni».

Che rapporto ha con loro?
«Forte, intenso. Lei non ci crederà, ma più che dare, sono io a prendere».

Cosa?
«Il coraggio, la perseveranza, la forza di volontà».

La prima domanda che le fanno quando le visita?
«Mi chiedono della possibilità di guarigione. Io, oltre a parlare, scrivo: illustro la classificazione dei tumori attraverso disegni. Conoscere il proprio nemico e sapere contro cosa bisogna combattere tranquillizza: è peggio combattere contro qualcosa che non si conosce. Quasi sempre le pazienti chiedono di potersi portare a casa quel foglio».

E si informano sulla fertilità?
«Non subito. All’ inizio la donna è concentrata su se stessa e sulla prognosi, ha paura. Quando poi spiego che c’ è la possibilità di sottoporsi a una cura per non danneggiare le ovaie, scatta qualcosa. È come se la paziente capisse che allora ha un futuro, che può guardare avanti, guarire».

E quando tutto è andato bene?
«Può immaginare la felicità di una donna guarita dal cancro che diventata mamma. C’ è bisogno del contatto fisico e capita che mi venga chiesto di salutarci con un abbraccio e un bacio. Vedere quelle pazienti felici con il proprio figlio in braccio è qualcosa di indescrivibile».

Dottoressa Del Mastro, facciamo un salto indietro e torniamo a quando era lei la bambina.
«Nasco ad Agnone Cilento, provincia di Salerno, l’ 11 aprile 1964».

Figlia unica?
«Macché: cinque femmine e tre maschi, sono la sesta di otto figli. Bambina riservata e sensibile».

Subito attratta dalla medicina?
«Zio Aurelio fa lo pneumologo, ma lo vedo poco. A condizionarmi è mamma Margherita, che è certa che uno dei figli farà il medico».

Tocca a lei. Che studia al Liceo classico di Agropoli e poi si iscrive a medicina a Napoli.
«Al quarto anno comincio a frequentare il reparto di oncologia diretto dal Professor Angelo Raffaele Bianco che si occupa del cancro alla mammella. Preparo proprio una tesi sugli effetti della chemioterapia sulla funzione ovarica e nel 1989 mi laureo con 110 e lode».

Quando il trasferimento a Genova?
«Nel 1991, durante un congresso internazionale a Francoforte, conosco l’ oncologo Marco Venturini. Ci innamoriamo, ci sposiamo, ci stabiliamo qui. E lavoriamo insieme facendo ricerca».

Vita di coppia a casa e al lavoro: non è sempre facile.
«All’ inizio vengo vista come la fidanzata dell’ aiuto primario, ma presto chiarisco di non avere solo il mio caratterino, ma anche indipendenza e autonomia professionale. E allora tutto diventa più facile e lavoriamo in modo sinergico: nel nostro caso uno più uno faceva sempre molto più di due».

Nel 2001 lei ha l’ intuizione che cambia il futuro delle giovani donne malate di cancro al seno e che la porterà, nel 2011, a pubblicare la sua ricerca su Jama, una delle riviste cliniche più prestigiose al mondo. Come nasce l’ idea?
«Ricevo una giovane paziente cui spiego il rischio di andare incontro a menopausa precoce a causa della chemio. Lei mi guarda, non dice niente, si alza e se ne va».

La sua reazione?
«Rabbia, tristezza. E mi dico che bisogna fare qualcosa per queste donne».

Dopo quanto trova la soluzione?
«Una mattina, qualche giorno dopo, ripensando a quella ragazza, mi viene in mente di un farmaco ormonale, la triptorelina, già usato come antitumorale. E mi chiedo perché non si possa utilizzare in altro modo: somministrandolo prima e durante la chemio, probabilmente, potrebbe diminuire gli effetti collaterali e preservare la fertilità proteggendo le ovaie».

Nessuno ci aveva mai pensato?
«Era stato testato sugli animali, ma senza altri approfondimenti».

Lei invece inizia la sperimentazione.
«Lo somministriamo su 40 pazienti e quasi tutte riprendono il mestruo».

Poi?
«Facciamo un altro studio, questa volta su 280 donne: a metà di loro diamo anche triptorelina, all’ altra solo chemio».

Risultato?
«Guardi qui, a dicembre abbiamo avuto gli ultimi risultati di cinque anni di sperimentazione. Sono incoraggianti: anche a distanza di tempo dal termine della chemio l’ attività mestruale è presente nel 72.6 per cento delle pazienti sottoposte alla cura sperimentale e nel 64 di quelle che avevano fatto solo chemio. Inoltre nel primo gruppo abbiamo avuto 8 gravidanze e nel secondo 3».

Quanto costa questo farmaco?
«Sono in genere necessarie 6 somministrazioni per via intramuscolare durante la chemio e il prezzo dell’ intero trattamento è di 900 euro. Purtroppo, per ora, il costo è a carico della paziente perché la triptorelina è riconosciuta solo come antitumorale e non ancora per preservare la fertilità».

Famiglia, figli, carriera. Ma anche sofferenza. Nel 2011 muore suo marito.
«Marco se ne va via il 19 dicembre, a soli 57 anni, per infarto durante un intervento di angioplastica. Stava male da tempo, il mio rimpianto è non essere stata con lui: in tutte le precedenti operazioni cui era stato sottoposto ero stata a suo fianco in sala operatoria, ma in questo caso il chirurgo non aveva voluto».

Dottoressa, lei è rimasta sola con due figli piccoli. E un lavoro impegnativo. Come fa?
«Fin da quando sono nati Carlo Andrea e Margherita ho deciso che loro sarebbero stati la priorità della mia vita: non c’ è cosa peggiore che essere combattuti tra lavoro o famiglia».

Quindi ha rinunciato a un certo tipo di carriera?
«Certo, ma non ho rimpianti. Loro sono sempre stati con me fin da quando avevano un anno: me li sono sempre portati dietro, con una baby sitter, per partecipare ai congressi importanti. Lo faccio ancora, ovviamente senza baby sitter. Siamo stati in Texas il mese scorso e presto andremo tutti insieme ad Amsterdam».

Cosa le hanno detto quando è stata citata dai giornali di tutto il mondo?
«”Mamma, ma era quel lavoro per cui ti alzavi tutti i giorni alle cinque e andavi avanti a lavorare fino a mezzanotte?”».

Buona questa. Ma scusi, quante cose fa in una giornata?
«Mi sveglio presto e, non avendo necessità di dormire molto, ho il tempo per fare tutte le cose necessarie per i figli, la casa ed il lavoro».

Lucia, lei vive tutti i giorni a contatto con la morte e ha affrontato la perdita di suo marito. Ha paura della fine?
«No, temo solo che i miei figli restino senza di me».

Quale è il momento più difficile con i pazienti terminali?
«Quando si rendono conto che stanno per morire. E io cerco di farmi vedere ed esserci il più possibile».

C’ è una storia che le è rimasta dentro?
«Si presenta una ragazza di 32 anni incinta. Il responso della visita è impietoso: tumore alla mammella in fase avanzata. Unica possibilità di trattamento è la chemio, ma c’ è il rischio di danneggiare il bambino. Le spiego che è il mio primo caso di un cancro durante la gravidanza, ma lei, malgrado le perplessità dei parenti, si affida a me. Cominciamo la chemioterapia e dopo 2 cicli nasce Mattia. La ragazza torna in oncologia per riprendere i trattamenti e sopra il suo letto viene appeso un fiocco azzurro».

Emozionante. Lucia, ultime domande veloci. 1) Musica preferita?
«Pino Daniele».

2) Un film in cui le sarebbe piaciuto vivere?
«”La Bella e la Bestia”».

3) Uno scienziato che l’ ha affascina particolarmente?
«Watson e Crick: hanno fatto la scoperta più importante della medicina, il DNA, e l’ hanno comunicato con una semplice lettera su una rivista.
Fantastici».

4) Rapporto con la religione?
«Non sono praticante, ma penso che dopo la morte ci sia qualcosa».

Ultimissima. Lei è solare, sorridente, energica. Quando ha pianto l’ ultima volta?
«Pochi giorni fa, rileggendo frasi scritte dopo la morte di mio marito».

Alessandro Dell’Orto

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