Dentro la nuova vita di tre giovani salvati dalla Camorra

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untitled-article-1458816013-body-image-1458818939-550x367La mattina dell’11 settembre la bara bianca di Genny Cesarano attraversava la folla del rione Sanità. Il 17enne era stato freddato sei giorni prima da alcuni colpi di pistola in quello stesso quartiere, caduto vittima di una “stesa” — le scorribande armate, in cui si esplodono a tappeto colpi di kalashnikov e mitra.

Per settimane si è parlato dei precedenti penali di Genny, incluso avventatamente all’interno di un circuito camorristico che gli era a quanto pare estraneo. Lo stesso padre, Antonio, ha parlatodi “messa alla prova” assegnatagli in seguito a un’accusa di tentata rapina.

È a causa di quel fermo che Genny Cesarano, tuttavia, è passato per un mese dalle stanze della Comunità Jonathan, un’associazione di Scisciano (Napoli) che dal 1992 si occupa di minori sottoposti a misura cautelare o costretti da provvedimenti civili-amministrativi.

La vicenda di Cesarano, nel settembre scorso, ha acceso i riflettori sulle cosiddette “paranze dei bambini,” le leve della nuova generazione di camorristi che si stanno contraddistinguendo per violenza, giovane età, numero di morti.

Nel giugno del 2015, per esempio, un’operazione della Polizia di Napoli ha portato all’arresto di circa 60 giovani affiliati, che i giornali dell’epoca hanno definito come “Camorra dei bimbi.

Dalle stanze della Comunità Jonathan, in questi anni, di “giovanissime leve” ne sono passate parecchie.

“Gaetano… Vi ricordate Gaetano? Aveva 18 anni. Era uscito: suo padre non lo vedeva da quattro anni, ché faceva dentro-e-fuori dal carcere alla comunità. È uscito, è andato a fare una rapina, ed è morto.”

Biagio, 28 anni, di Mugnano (Na), a 18 ha scontato quattro anni, di cui tre in comunità. Adesso abita in provincia di Varese e fa il turno di notte nella smalteria della Whirlpool di Cassinetta.

È lì che VICE News lo incontra, insieme ad altri due ragazzi che hanno fatto la sua stessa strada – Luigi e Federico – e ai due fondatori della Comunità Jonathan.

La comunità

“Di questi ultimi morti ammazzati della Sanità, alcuni stavano in comunità con lui — Emanuele Sibillo, per esempio…” A spiegarlo a VICE News è Vincenzo Morgera, cofondatore del progetto. “Abbiamo ospitato sette-ottocento ragazzi, in questi anni. Circa quaranta sono stati uccisi, quattro solo nell’ultimo anno.”

L’Associazione Jonathan nasce agli inizi degli anni Novanta da un’idea di un gruppo di operatori sociali, per impegnarsi nel settore della devianza e del disagio adolescenziale attraverso attività di recupero, formazione e ricerca in collaborazione con il Dipartimento della Giustizia Minorile.

L’ingresso in comunità funziona così: “Il magistrato dà la custodia cautelare al ragazzo, poi il centro di giustizia minorile decide in maniera abbastanza casuale dove piazzarlo, in base alle disponibilità di posti,” spiega a VICE News Silvia Ricciardi, l’altra cofondatrice e direttrice della comunità. “E così Biagio – così come molti altri – è finito da noi.”

Biagio, dentro lo stabilimento di Cassinetta. (Vincenzo Marino/VICE News)

Alcuni di questi ragazzi possono richiedere la cosiddetta “messa alla prova,” attraverso la quale l’imputato viene affidato a enti come le comunità, e costretti a svolgere attività come il servizio civile.

Se la fai, continua Silvia Ricciardi, “poi hai la fedina penale pulita” — come Genny, come Biagio. “Infatti lui è pulito: un anno di misura cautelare, tre anni di messa alla prova.”

Da tempo l’associazione collabora con alcune realtà industriali italiane, che assumono – se meritevoli – alcuni dei ragazzi segnalati dalla comunità.

“Sono settanta circa quelli che hanno usufruito di questa opportunità: dieci di loro sono andati avanti,” spiega Ricciardi. “Poi facciamo noi stessi una selezione a monte: abbiamo iniziato con due o tre ragazzi, fino a portarne 25 solo in questo stabilimento.”

Lo stabilimento Whirlpool di Cassinetta. (Vincenzo Marino/VICE News)

È così che Biagio e gli altri si ritrovano in provincia di Varese: “Le aziende li trattano esattamente come gli altri operai, e questa è una cosa per loro molto importante.” Biagio conferma vistosamente: “Ho cominciato con un’altra azienda nel 2007. Sono partito da zero, fino ad avere l’opportunità di fare da tutor a due ragazzi. Lì mi sono sentito davvero cresciuto, responsabilizzato.”

Eppure lui per primo ha mostrato parecchia ostilità nei confronti della comunità, del cambiamento in generale. “C’è stata una guerra fra me e loro,” spiega indicando i due.

Biagio sul divano di casa, con sua figlia. (Vincenzo Marino/VICE News)

“È dura, da noi,” sottolinea Vincenzo Morgera. “Gli imponiamo lavoro, disciplina e regole: quando poi finisci a lavorare in fabbrica ti viene da pensare ‘tutto qua?’. Lui e il suo avvocato hanno fatto le carte false per uscire, nei primi mesi.”

“Però non era cattiveria,” aggiunge Biagio. “È perché non conosci.”

L’altra faccia

Federico e Luigi sono entrambi dei Quartieri Spagnoli, ci raggiungono più tardi perché di turno in fabbrica. Il primo, 38 anni, ha due figli e sta sulla cosiddetta “linea,” assemblando i cavi del motore dei frigoriferi. Anche Luigi ha due bambini, uno di sei e un’altra di tre anni, e lavora sul “tamburo,” dove si iniettano le porte-frigo.

Da sinistra: Vincenzo Morgera dell’Associazione Jonathan, Federico – che mette “gli occhiali buoni” – e Luigi. (Vincenzo Marino/VICE News)

Ci sono alcune idee di fondo, dei concetti di base che sembrano accomunare sia loro che Biagio, trovandoli quasi automaticamente d’accordo. Una di queste è l’idea che non c’è modo di cercare il riscatto – o quanto meno una forma di ravvedimento – se non si conoscono alternative a un certo tipo di vita.

Il passaggio, spiegano, lo si percepisce effettivamente al primo stipendio. “È cambiare sistema di pensiero, dare possibilità ai propri figli, pensare in prospettiva,” specifica la direttrice del centro. Ma non solo.

“Però non era cattiveria. È perché non conosci.”

“Abbiamo ospitato ragazzi – continua – che sprofondavano così tanto in certe dinamiche, anche in termini geografici, che non erano mai stati a Posillipo — ed erano ragazzini di Napoli: io sfido il giapponese del villaggio più sperduto a non sapere dove si trovi.”

“Quando ce li portammo, rimasero incantati di fronte al panorama. Alcuni di loro – prosegue – non sapevano neanche nuotare: ragazzi che non hanno mai conosciuto una vacanza, o che non hanno mai visto un altro posto — non hanno la concezione del viaggio, dell’andare in un’altra città, spesso neanche dell’uscire dal quartiere.”

Da sinistra: Biagio, Silvia Ricciardi e Vincenzo Morgese di Jonathan, Federico e Luigi. (Vincenzo Marino/VICE News)

Si tratta spesso di “adolescenti che prendono il motorino, e fanno lo stesso giro per tutto il giorno, sempre in sella alla moto, sempre nella stessa zona,” spiegano i due della comunità.

Biagio, Federico e Luigi confermano facendo ampi cenni con la testa, trovandosi di nuovo in sintonia. “Anche noi siamo stati così.”

Il passato

“Nessuno lì da noi, a quell’età, riesce a frenarsi: se non hai una guida non ti freni. Non lo capisci proprio, non ci riesci, perché l’ambiente tuo è quello, è chiuso, è impermeabile,” spiega Federico. “Mi è bastato solo un mese fuori per vedere l’altra parte della medaglia. Nessuno ha la forza per cambiare da solo.”

Cercano di spiegare: “Lì non sei da solo: ci sono tanti amici, e tu frequenti solo quel tipo di persone, tutte del tuo stesso giro. Non ti confronti con gli altri, non parli di nient’altro che di delinquenza e reati” — concordano Federico e Luigi.

Entrambi hanno trascorso dal mese all’anno intero in comunità. “Prima di allora facevamo un po’ di tutto, vivevamo di espedienti,” spiega Federico. “Io mi sono sposato quando sono entrato al lavoro, e lavorativamente sono nato a 22 anni, quando sono stato preso nello stabilimento di Carinaro, a Caserta.”

Biagio, dentro lo stabilimento di Cassinetta. (Vincenzo Marino/VICE News)

Adesso, prosegue, ha una famiglia. Così come Luigi e Biagio, che mi spiega di aver scelto di trasferirsi al Nord esclusivamente per sua figlia, la ragione per la quale ha deciso di accettare il turno di notte, di rifarsi una vita a più di 1000 chilometri di distanza.

Quando chiedo a Biagio come è finito in comunità, e cosa lo abbia portato a fare questo percorso, capisco che – al posto loro – non saprei come reagire a una domanda del genere.

“È un reato un po’ brutto,” irrompe Ricciardi, dopo qualche lunghissimo istante di silenzio. “Sono episodi che scappano di mano, dove lui da vittima… La situazione è scappata di mano, ecco. Ed è stato in comunità per 4 anni.”

Immagino e gli chiedo se – e quanto – voglia dimenticare. “No, devo ricordare,” mi corregge. “Perché se non penso a quello che è stato non posso andare avanti: rielaborando il mio passato sono arrivato a farmi una famiglia — con una bambina, una polizza assicurativa, la scuola privata, il corso in piscina.”

“A volte prendo il mio fascicolo e vado a rileggere quello che mi è successo. Rileggo tutto: le carte, le ricevute. Tutto. Sono brutti ricordi, ma li leggo diecimila volte, li conosco a memoria — nomi, date, cifre.”

Biagio, Federico e Luigi dentro lo stabilimento di Cassinetta. (Vincenzo Marino/VICE News)

“Se non fosse successo tutto questo, non so che fine avrei fatto. Potevo prendere strade davvero brutte,” continua Biagio. “Ci penso sempre: a cosa poteva succedere, al mio passato. È una cosa mia. Ma è per questo che mi piace rileggere tutti i miei faldoni, rielaborarli, pensare a dove sono arrivato oggi. Perché sono fiero, mi ricorda perché lo faccio.”

Napoli

In qualche modo, i tre accomunano quasi indissolubilmente le loro scelte sbagliate a un contesto che giudicano sfavorevole — senza ovviamente giustificarle. Ben coscienti del fatto che si tratta di un percorso che non tutti sono stati in grado di compiere.

“Alcuni ragazzi del nostro quartiere erano davvero rovinati, però pian piano ne sono usciti — chi sì, chi no,” spiega Luigi.

“Più no che sì,” lo corregge Federico. “Guarda, non è semplice,” puntualizza Biagio: “Se esci il sabato e vai in via Caracciolo – che è il centro, per farti capire – è facile finire in una discussione… ‘Passo io, passi tu’. Basta uno sguardo, e da quello si può andare a finire… Capita con una buona frequenza, anche nelle zone bene.”

“Nessuno lì da noi, a quell’età, riesce a frenarsi: se non hai una guida non ti freni.”

“È una questione anche di appartenenza – continua – perché se riesco a conoscere qualcuno di influente, poi cammino a testa alta, e so che se succede qualcosa chiamo lui. Così si formano gruppi.”

“Poi adesso ci sono quelli di dodici anni, che credono di averne di venti: di quelli devi avere paura, non dei grandi.”

Federico sulla ‘linea’. (Vincenzo Marino/VICE News)

D’altro canto, a gennaio, era stato lo stesso Procuratore Generale di Napoli Luigi Riello a quantificare il fenomeno, citando i circa mille procedimenti del solo 2015 che hanno riguardato minori sul territorio napoletano.

“La criminalità minorile è assai elevata e preoccupante – aveva spiegato – con il fenomeno delle ‘baby-gang’ sviluppatosi in modo vistoso,” incancrenito da “irrisolte ragioni di devianza,” da “degrado socio culturale, bassa scolarizzazione e povertà,” ma anche per quello che ha definito come un ‘vuoto di potere’ creatosi nei clan, che avrebbe lasciato spazio agli “orfani degli esponenti di maggior livello e carisma criminale.”

“Con quello sulla ventina puoi anche ragionare – continua Biagio -, ma quello di dodici sa che non gli può succedere niente perché è minore.”

Federico dentro lo stabilimento di Cassinetta. (Vincenzo Marino/VICE News)

È Silvia Ricciardi a spiegare questo meccanismo. “Spesso anche la polizia stessa ha paura di avvicinarsi a loro, di fermarli. Perché se gli fai male mentre lo afferri poi ritornano minori, anche se stanno facendo qualcosa di illegale. E poi gli agenti sono terrorizzati dalla fotografie: magari durante un fermo quelli riescono a fare i filmini e le foto col telefono…”

“È per questo che l’età media è sempre più bassa. Non è soltanto perché i capi sono in carcere, e quindi le nuove leve subentrano: i ragazzi che arrivano di recente in comunità non hanno paura di niente, ti rendi conto di avere tu stesso paura,” continua l’altro fondatore.

“Non hanno più freni. È un bruttissimo momento.”

‘Giù non si torna’

“La nebbia, la lontananza, la montagna, il fatto che non c’è il mare… La troppa quiete.” Federico elenca ridendo quali sono le peculiarità di questa sua nuova vita che non gli vanno troppo a genio, e sulle quali soprassiede.

“Nel condominio dove abito, per parlare al telefono devi fare silenzio. Schh schh. Dall’altra parte mi dicono Ma scusa, dove stai? Non vi nascondo che il giorno in cui siamo arrivati, io, mia moglie e mio figlio ci siamo trovati a piangere tutti e tre insieme. Non me lo dimentico.”

Sia lui che la famiglia, però, non hanno alcuna intenzione di spostarsi: “Mo sto qua, e da qua non mi muovo. Giù non si può tornare. Posso decidere per me, ma non per i miei figli. Tra 10 anni, quando si saranno realizzati, si vedrà. Per il momento devo sistemare loro. Perché giù una vita non ce l’hanno.”

L’area attorno a Cassinetta, Varese. (Vincenzo Marino/VICE News)

Quello del “Giù non c’è futuro” è un altro dei pensieri che li accomuna e li fa annuire allo stesso modo.

“Perché a Napoli – ipotizza Biagio – nessuno investe, lavoro non ce n’è. Quando sono arrivato qua sono rimasto sbalordito. Non so sinceramente quale sia la differenza tra qua e gli stabilimenti del Sud: io penso la politica, la camorra, e poi non so.”

“Giù – non per discriminare – ci sono tanti problemi. Non è facile. Già per il problema che abbiamo avuto noi, non è semplice… Poi, la sincera verità: sono venuto al Nord per un fattore economico — anche per mia moglie, per darle l’opportunità di lavorare.”

Luigi, sul ‘tamburo’. (Vincenzo Marino/VICE News)

“È un grosso cambiamento venire qua, non è facile,” spiega Luigi. “Per chi è nato a Napoli, cambiare vita – perché qui si parla di cambiare proprio vita – è stata un po’ dura. Ma l’abbiamo fatto per i nostri bambini,” continua.

“A parte la famiglia, non mi manca Napoli, perché io sono venuto a migliorare. Quando c’è stata questa possibilità di andare a Varese ho pensato ‘Vabbè, andiamo a Varese.’ Tutti mi dicevano ‘cretino, vai al Nord, dove te ne vai, il pane costa tanto…’ Sai quanti di loro sono venuti qui?”

Biagio, in casa con sua figlia (Vincenzo Marino/VICE News)

“Questa era la scelta migliore da fare,” spiega Federico. “Da qui leggi i giornali, internet. Vedi queste cose e pensi che è meglio se scappi, che sei scappato. Qui sei sicuro, lavori e sei a posto così.”

Al sicuro

È proprio il concetto di sicurezza a muovere le loro azioni. “Quello che viene vissuto come alienazione – tutto quello che la fabbrica generalmente evoca – viene vissuto in un altro modo da questi ragazzi, perché hanno bisogno di riferimenti, di diritti e doveri,” spiega Ricciardi.

“La fabbrica li aiuta molto in questo — e considera che stiamo parlando di ragazzi che arrivano che spesso non sanno neanche leggere e scrivere, o che hanno solo la licenza elementare.”

“Loro cercano la sicurezza,” conferma Morgera. “La sicurezza è la motivazione più forte. Tutto il resto è una scoperta continua.”

Non a caso, una delle metafore preferite dai creatori del progetto è proprio quella della barca a vela, del silenzio del mare che stimola alla riflessione, che da qualche anno rendono concreta partecipando alla regata dei Tre Golfi con una barca – Scugnizza – sulla quale gli altri ragazzi della comunità lavorano come equipaggio.

Biagio ci ha invitati a casa, a conoscere la sua famiglia. (Vincenzo Marino/VICE News)

“Se riesci a vedere davvero queste cose – come il lavoro, il rispetto – poi capisci: cominci a chiederti ‘aspetta, forse quello sbagliato sono io, non è lui che va a lavorare’. Se vivi sempre nella tua mentalità non ne esci,” conclude Federico.

“Da solo non ti muoverai mai da certi ambienti. Nessuno mai può farcela — oppure lo farai a 50 anni, quando ormai è tutto finito.”

https://news.vice.com/

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